giovedì 29 marzo 2012

Gesù e i suoi "fratelli"

Una critica molto diffusa che viene rivolta all’esegesi cattolica dei vangeli è l’indicazione che Gesù abbia avuto dei fratelli o dei fratellastri, cioè i figli di un precedente matrimonio di Giuseppe e che, quindi, il dogma della perpetua verginità di Maria non sia giustificato dalla Scrittura. Ad esempio, vero e proprio cavallo di battaglia del laicista Corrado Augias sono i suoi continui riferimenti ad alcuni passi del vangelo in cui apparirebbe chiaro che Gesù avesse avuto dei fratelli e delle sorelle (Mt 13, 55; Mc 6, 3) e che fosse definito un “primogenito” (Mt 1, 25; Lc 2, 7). 

Al contrario della ferma sicurezza di Augias, in realtà la questione è molto dibattuta, esistono diverse interpretazioni, ma alla fine possono essere tutte ricondotte a tre ipotesi. La prima, prevalente presso le Chiese cristiane orientali, considera questi “fratelli” di Gesù come dei fratellastri, cioè dei figli che Giuseppe avrebbe avuto da un precedente matrimonio. Questa convinzione deriva, molto probabilmente, da un versetto del Protovangelo di Giacomo, un testo apocrifo del II secolo d.C., dove vengono messe in bocca a Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria, le seguenti parole: «Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!» (Protovangelo di Giacomo 9,2). Per le Chiese Protestanti, invece, i vangeli farebbero riferimento a figli più giovani avuti da Giuseppe e Maria. In realtà, e siamo alla terza ipotesi, quella cattolica, la lettura più attenta e studiata dei vangeli e di tutta la Scrittura ci presenta un Gesù figlio unico. Tutti e quattro i vangeli canonici, gli Atti degli apostoli e alcune lettere paoline accennano a “fratelli” e, più vagamente, a “sorelle” di Gesù. Presso le prime comunità cristiane questi riferimenti non suscitavano alcun problema, né discussione, infatti in ambiente semita i termini “fratelli” e “sorelle” possono indicare anche i parenti e, in generale, i membri di un clan. Nel 160 d.C. un autore cristiano di origine palestinese, un certo Egesippo, afferma di conoscere alcuni discendenti della famiglia di Gesù. Nelle sue Memorie racconta che alcuni “fratelli” di Gesù erano in realtà dei cugini che furono processati dai Romani sotto l’imperatore Domiziano. Questa tesi fu adottata anche dal famoso traduttore latino della Bibbia, S. Girolamo, che, in una sua opera, “De perpetua virginitate”, scritta contro un certo Elvidio, considerò i “fratelli” e le “sorelle” di Gesù come dei suoi cugini, cioè gli appartenenti al clan familiare di Maria. Anche l’esegesi storico-critica moderna ha ribadito che dietro il termine greco del Nuovo Testamento per fratello, “adelfòs”, c’è l’aramaico “aha” e l’ebraico “ah” e questi termini possono significare sia il fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l’alleato, ma anche il membro della stessa tribù, il discepolo, ed anche il “prossimo” in generale, sempre che appartenente alla stessa città o nazione. Nell’ebraico moderno, ancora oggi, non esiste un termine per distinguere il fratello dal cugino e quindi gli israeliani devono ricorrere ad espressioni del tipo: “figlio della stessa madre” (o dello stesso padre). Nell’Antico Testamento sono innumerevoli i casi in cui la parola fratello, in ebraico “ah”, è usata per indicare le parentele o i legami più svariati. Nella Genesi Abramo chiama il nipote Lot “fratello” (Gn 13, 8) e così anche Labano fa col nipote Giacobbe (Gn 29, 15). Anche Paolo usa spessissimo il termine “fratello” per indicare una comunanza spirituale o un legame che non è quello carnale e familiare. Il noto biblista Gianfranco Ravasi considera l’espressione “fratelli del Signore” che troviamo in Atti 1, 14, oppure in 1 Corinzi 9, 5, come la designazione di un gruppo ben definito, ossia i cristiani di origine giudaica legati al clan nazaretano di Cristo (sarebbe la setta nominata da Paolo in Atti 24, 14 e che Gesù stesso, in Gv 20, 17, avverte della sua risurrezione mandando loro Maria di Magdala). 

Altro esempio di moderna esegesi del testo neotestamentario, che può fare ulteriore chiarezza sull’uso del termine “fratello”, è quello riguardante l’analisi dell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2, 1). All’inizio del passo non vengono citati “fratelli” di Gesù, questi, però, compaiono alla fine dell’episodio (Gv 2, 12): “Dopo questo fatto, discese a Cafàrnao insieme con sua madre, i fratelli e [in greco: kai] i suoi discepoli….”. Un noto biblista, Josè Miguel Garcia, esperto di testi in aramaico, fa notare che la particella greca “kai” traduce l’aramaico “waw” che significa, in questo caso, “cioè”, “ossia”. Infatti nei vangeli ricorre spesso il termine “kai” con tale significato. Ad esempio in Luca 22, 26 troviamo: “I sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e [kai] tutto il Sinedrio…”, se kai non traducesse la parola “cioè”, “ossia”, la frase non avrebbe senso visto che quelle tre categorie rappresentavano già “tutto il Sinedrio”. Infatti nell’originale aramaico troviamo anche qui il termine “waw” e, quindi, la frase va letta: “... cioè tutto il Sinedrio”. Si tratta di una precisazione dell’evangelista che vuole indicare anche i componenti dell’illustre consesso. Per analogia, tornando all’episodio delle nozze di Cana, se Gesù è accompagnato da sua madre e i discepoli, come mai ritorna a Cafàrnao con la madre, i fratelli e (kai) i suoi discepoli? Per congruenza narrativa tra l’inizio e la fine del racconto il testo andrebbe letto: “con sua madre e i suoi fratelli, cioè i suoi discepoli”. Se fossero stati veri fratelli di Gesù, allora sarebbe stato più logico un ritorno a Nazaret, loro città natale, invece si dirigono a Cafàrnao, il luogo scelto da Gesù per il suo operato in Galilea, quindi questi “fratelli” sono in realtà i suoi discepoli. Alla luce di tutto ciò i passi dei vangeli a cui si riferisce Augias non dimostrano che Gesù avesse dei fratelli e delle sorelle, bensì dei cugini. In Matteo 13, 55-56 i “fratelli” di Gesù, Giacomo e Giuseppe, cioè Iose, sono in realtà i figli di una Maria discepola di Gesù che ritroviamo in Matteo 27, 55-56: «C’erano anche la molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra costoro Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe e la madre dei figli di Zebedèo» e in Mc 15, 40-41: «C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salome [probabilmente la madre dei figli di Zebedèo che troviamo in Matteo, n.d.r.], che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme». Questa stessa donna, poco dopo, è designata in modo significativo come “l’altra Maria” in Matteo 28,1. Per Simone e Giuda, la parentela veniva dal loro padre Cleofa, fratello di Giuseppe (come ci informa Egesippo, uno scrittore giudeo-cristiano del II secolo d.C) e come questi discendente di Davide, il nome della loro madre, invece, non è noto. L’espressione che ritroviamo in questo passo “…non è costui il figlio del falegname?” in Mc 6, 3 diviene: “…non è costui il carpentiere?”, evidentemente Marco fa più attenzione alla nascita verginale di Gesù. In realtà, nei vangeli, molto raramente Gesù è chiamato il figlio di Giuseppe, ma solo il figlio di Maria e i cosiddetti “fratelli” e “sorelle” non sono mai chiamati i figli di Maria, ma sempre e solo i “fratelli” di Gesù. In ambiente semita, ed ebraico in particolare, il figlio non è mai chiamato con il nome della madre, a meno che il padre non sia morto o che la vedova non abbia altra prole. Dunque l’appellativo “Il figlio di Maria”, sempre riservato a Gesù, indica chiaramente il suo status di figlio unico. Anche i passi di Luca 2, 7 e Matteo 1, 25, dove Gesù è detto “il primogenito di Maria” non dimostrano che Gesù avesse avuto dei fratelli. In realtà il termine “primogenito” per gli ebrei ha un valore giuridico importante in quanto designa i diritti biblici connessi alla primogenitura. Infatti nella Bibbia questo termine non indica l’origine cronologica di una nascita, ma piuttosto la preminenza, la superiorità. Ad esempio, è famoso l’episodio della Genesi in cui Esaù vende la sua “Primogenitura” a Giacobbe per un piatto di lenticchie, in Deuteronomio 7, 6-8, Israele è chiamato “figlio primogenito” da Jahvè non perché creato prima degli altri popoli, ma per la sua elezione ad essere il “popolo eletto”. Allo stesso modo Davide, benché il più piccolo tra i figli di Jesse, in 1 Sam 16, 10-13, è costituito primogenito perché il più grande tra i re della terra. Così Gesù è detto Primogenito perché superiore a tutti, Egli è: “L’Alfa e l’Omega, il Primo e L’Ultimo, il Principio e Fine” (Ap 22, 13). Anche dal punto di vista archeologico abbiamo numerose conferme sull’importanza del titolo di “Primogenito”. Sono stati ritrovati, infatti, papiri scritti in aramaico del I secolo d.C. e lapidi dove vengono ricordate le morti di madri mentre partoriva

no i loro figli “primogeniti”. Se Gesù fosse stato davvero il primo di tanti fratelli, allora gli episodi di Mc 3, 21 e Gv 7, 5, in cui Gesù viene da loro rimproverato, descrivono situazioni assolutamente improbabili. Dice infatti la Genesi: «Sii padrone dei tuoi fratelli, si inchinino davanti a te i figli tua madre», quindi questi “fratelli”, per potersi permettere di criticare Gesù, devono essere per forza più anziani di Lui e allora non possono essere figli di Maria. 

Per concludere vorrei citare un ultimo episodio dei vangeli, molto toccante, che conserva il suo senso e la sua dolcezza solo nella visione cattolica dello status anagrafico di Gesù: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19, 25-27). Se Maria avesse avuto altri figli, come è possibile che Gesù morente l’affidi ad un suo discepolo, quello che amava più di tutti, l’unico presente sotto la croce? Tutto ciò si spiega solo con il fatto che Gesù era figlio unico e quindi la stava lasciando veramente da sola.


Bibliografia

V. MESSORI – “Ipotesi su Maria”, Ares Milano 2005.
G. RAVASI - “Gesù e i suoi fratelli” da Avvenire, Agorà, 24/11/2002.
R. REGGI - “I “fratelli” di Gesù, Considerazioni filologiche, ermeneutiche, storiche, statistiche sulla verginità perpetua di Maria” (Edizioni Dehoniane 2010)
J. BLINZER: “I fratelli e le sorelle di Gesù” Ed Paideia 1974

martedì 27 marzo 2012

Claudia Koll, un'emozionante conversione

Durante una delle mie ricerche su internet mi sono imbattuto in un paio di video sulla conversione alla fede cristiana cattolica della nota attrice Claudia Koll (qui e qui). 
Sapevo già di questa conversione, come anche quella di tanti altri personaggi molto noti del cinema, della  televisione e dello sport, come Paolo Brosio, Nicola Legrottaglie, Daniela Rosati, ecc., ma non avevo mai approfondito la cosa. Onestamente devo ammettere che pensavo si trattasse più che altro di un atteggiamento un po’ costruito, un modo differente per mettersi in mostra.

In realtà guardando questi video e approfondendo la storia di Claudia Koll, mi sono dovuto ricredere profondamente. Questa persona aveva raggiunto un livello importante nello star system, possedeva tutto ciò che questa società considera un traguardo da raggiungere ad ogni costo, la popolarità, il successo, il denaro, la visibilità. Eppure l’incontro con il Signore l’ha profondamente ed incredibilmente trasformata rendendola un vero e proprio segno della costante presenza di Dio tra di noi. Ciò che sembra impossibile realizzarsi in un mondo dove se non appari non esisti, dove la trasgressione, il libertarismo sono assurti a valori, in lei si è avverato. Oltre a queste sue testimonianze di fede, Claudia Koll è attivamente impegnata in molte opere di bene, non ultimo il suo progetto di fattiva assistenza per i poveri ed i disabili in Burundi, Congo e Birmania, l’associazione Onlus “Le Opere del Padre” fondata nel 2005.

Certo noi cristiani siamo abituati a vedere le persone cambiare dopo l’incontro con il Signore. La chiamata del Padre è irresistibile, Egli ci chiama alla nostra vera natura, che è quella di vivere per gli altri, per essere messaggeri di Dio nella donazione della nostra vita. Ma, devo ammettere, che la conversione di questa donna mi ha emozionato, mi ha toccato la potenza dell’Amore di Dio che traspariva dal suo volto, dalla sua gioia e serenità.

Brava Claudia e grazie Dio.

domenica 25 marzo 2012

Acharya S, quando prevale il pregiudizio

Vero e proprio testo di riferimento per tutta una miriade di siti anticristiani presenti sul Web è l’ormai celeberrimo “The Christ Conspiracy: The Greatest Story Ever Sold” (La Cospirazione di Cristo: la più grande storia mai venduta) un libro pubblicato nel 1999 che riprende la cosiddetta “teoria mitica”, nata nel XVIII secolo in ambienti libertini ed anticlericali, che vuole la figura di Gesù come quella di un mito. Autrice di questo testo, letteralmente venerato ed osannato dai laicisti anticristiani, è una certa D. M. Murdock meglio conosciuta con lo pseudonimo di Acharya S., una studiosa statunitense. Questo personaggio ritiene che la storia di Gesù raccontata dai vangeli non sia altro che una rivisitazione di vari miti pagani e che, quindi, sia possibile tracciare un parallelo tra Gesù e tante altre divinità “Salvatrici” come Mithra, Horus, Adonis, ecc. tutte derivanti da il mito comune del dio sole. 

La cosiddetta “teoria mitica” circa la figura di Gesù rappresenta per la stragrande maggioranza degli storici contemporanei una teoria di nessun fondamento storico, eppure personaggi come la Murdock sono diventati vere e proprie icone della lotta laicista contro il cristianesimo. Gli studi di questa autrice non sono andati oltre al “Bachelor in Liberal arts” (un diploma universitario), quindi nessuna laurea e specializzazioni in storia, archeologia, storia delle religioni, e nessun studio serio e apprezzato in ambito accademico internazionale sul tema del Gesù storico. I suoi libri sono un’impressionante sequela di imprecisioni ed inesattezze storiche, non controlla le fonti e si affida ad autori completamente screditati dalla comunità scientifica internazionale. La maggior parte dei suoi libri si basano sugli studi di un certo Gerard Massey un poeta satanista inglese senza alcuna reputazione in egittologia. Dal sito web “Eye on the future radio” si apprende che la Murdock sia la fondatrice della Chiesa Internazionale di Astroteologia, ossia la conoscenza di Dio attraverso l’osservazione dei corpi celesti. Questa notizia la dice lunga sulla statura “scientifica” di una persona che si ritiene la cristianità retrograda e mancante di intelletto.

Ci si potrebbe domandare, quindi, il perché di tale pervicace attività anticristiana basata sulla menzogna. I libri della Murdock, infatti hanno avuto tanta popolarità proprio perché disponibili gratuitamente su internet ed hanno ispirato un video che circola liberamente su blog e youtube. E’ impossibile non pensare all’odio verso il cristianesimo degli atei anticlericali come lo è la Murdock che ebbe a dichiarare apertamente: “L’inganno del business della religione è spaventoso, ed è più che ora che venga reso noto” (www.truthbeknown.com). L’unico intento di tali personaggi non è lo studio serio ed onesto della storia, bensì quello di distruggere i vari credi partendo proprio dal fallimentare tentativo di distruggere la figura storica di Gesù.


Bibliografia 

-Icona, Mike (2001). "Una Confutazione di Acharya S libro, Il Cristo Retrieved 2008-08-01 .

martedì 20 marzo 2012

Trinità: astrusità cristiana, politeismo o mistero d’amore?


Il dogma della Trinità è stato per la prima volta implicitamente definito come articolo di fede al primo Concilio di Nicea (325) e sviluppato nel successivo Concilio di Costantinopoli (381). Come ogni altro dogma di fede, non si tratta di un pronunciamento ingiustificato venuto ad aggiungere un elemento di novità alla rivelazione della Scrittura ed alla fede cristiana, ma una specificazione di tale fede per preservare l’originale testimonianza apostolica. La necessità di una tale specificazione si ebbe come risposta alle accuse di “politeismo” avanzate contro la Chiesa dal sacerdote eterodosso Ario.

La fede trinitaria è propria di tutte le confessioni cristiane che si collegano alla tradizione ecumenica dei primi secoli. Fanno eccezione le neoreligioni pseudo cristiane come, ad esempio, i Mormoni o i Testimoni di Geova che, per attaccare questo articolo di fede, non fanno altro che riproporre le vecchie accuse di politeismo dell’arianesimo. Questo atteggiamento pone queste confessioni al di fuori del Cristianesimo perché segna una netta divisione con la fede dei primi cristiani. Nei primi secoli prima dei Concili ecumenici, infatti, sebbene nel Nuovo Testamento non esista la parola “Trinità”, la fede in un Dio unico che manifestava tre “persone” era già presente nella comunità cristiana primitiva. Nel I secolo troviamo espliciti riferimenti a Dio distinto in tre persone in Clemente Romano (Prima lettera di Clemente capp. 58 e 46), agli inizi del II secolo in Ignazio di Antiochia (Lettera agli Efesini, cap. 9) e sempre nel II secolo abbiamo la precisa indicazione del termine “Trinità” in Teofilo di Antiochia (Apologia ad Autolycum, II,15) e Tertulliano (De pudicitia, cap. XXI).

L’accusa di politeismo è del tutto fuori luogo, infatti i cristiani hanno sempre creduto in un solo Dio, quindi è certa la natura monoteistica del loro credo. Il più antico simbolo della fede cristiana, quello apostolico, diceva: “Credo nel Padre Onnipotente e in Gesù Cristo, nostro salvatore e nello Spirito Paraclito” (Denzinger-Schonmetzer, n.1, II secolo d.C.). Per i cristiani Dio è “uno” e “trino”: L’”Uno” si riferisce alla natura o sostanza divina, mentre il “Tre” è relativo alle Persone di Dio, cioè alla sua azione. Non è questione di tre dèi, Dio rimane unico, ma si rivela straordinariamente ricco. 

Un dogma ha sempre la sua base scritturale e, partendo dalla formula battesimale della finale di Matteo: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (28, 19) , in cui la forma grammaticale greca indica una personificazione delle tre figure (Joseph Doré. "Trinità in: Dizionario delle religioni" Milano, Mondadori, 2007) vediamo che nella Bibbia ci sono almeno una cinquantina di testi trinitari. Uno di questi, ad esempio, dice: “Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-5). Questo passo indica che l’azione di Dio si esplica in tre modalità: i carismi (i doni) di cui godono i cristiani sono distribuiti dallo Spirito; l’esercizio di tali doni (ministeri) è affidato al Signore (Gesù); la fonte di questi doni-ministeri (le operazioni) è Dio (il Padre). Il disegno di salvezza concepito dal Padre si realizza mediante lo Spirito e il Figlio. Per questo si può dire che Dio (Padre) “opera tutto in tutti”.

La Trinità è attaccata anche dagli atei che ritengono la fede in un Dio “uno e trino” un’autentica astrusità architettata per abbindolare i creduloni. A rappresentare la posizione laica più critica cito un certo Gianfranco Tranfo, novello autodidatta studioso del cristianesimo, che in un blog laico aveva lanciato una “sfida” sollevando un quesito con la malcelata intenzione di mettere in ridicolo gli assunti della teologia cristiana: 

Se Gesù, perfettamente umano e divino (concilio di Calcedonia, 451) è uno con il Padre (concilio di Costantinopoli, 381) e Maria è madre di Dio (concilio di Efeso, 431) e cioè di Gesù, allora è anche madre del Padre (uno con il figlio) e figlia di suo figlio (uno con il Padre) che dunque è figlio di se stesso ed è anche suo padre e che, essendo nato prima dell’inizio dei tempi è nato prima di sua madre. In questo incesto alla rovescia con andata e ritorno nel tempo, siete in grado di fornire un’accettabile spiegazione sul ruolo del povero Giuseppe e su come lo stesso abbia potuto trasmettere la propria discendenza davidica al ‘Re dei Giudei’?” 

Il simpatico sig. Tranfo, però non conosce bene il dogma cristiano della Trinità che, assieme a quello sull’unicità di Dio, definisce anche la relazione esistente tra la persona e la natura divina. Infatti viene affermato che Dio è uno solo, unica e assolutamente semplice è la sua Sostanza, ma comune a tre Persone (o Ipostàsi) uguali (consustanziali) e distinte. Quindi Maria è madre della persona di Gesù e siccome la persona di Gesù ha anche la natura divina, Maria è anche madre di Dio. La persona del Padre, anche essendo di natura divina, in quanto persona è distinta dal Figlio, quindi Maria non può essere madre della persona del Padre.
Ed ecco così risolto il problema del sig. Tranfo. 

Molti atei deridono i cristiani in quanto li considerano dei creduloni, degli stolti disposti a dar credito alle più astruse fantasie, per loro la teologia è solo un esercizio di pura immaginazione. Imbevuti di scientismo, per loro la Trinità resta una concetto senza senso, ma non sanno che secondo la fede cristiana la natura divina è al di là della conoscenza scientifica, ed è incomprensibile e non conoscibile se non fosse per quanto è dato sapere attraverso la rivelazione divina. La loro è solo ignoranza e superbia, quella stessa che permette di ritenere stupido ed illogico ciò che non si conosce e non si capisce.

mercoledì 14 marzo 2012

La Divina Commedia e il Politically correct.

L’ultima follia dell’imperante “politically correct” che, ormai, domina incontrastato nella nostra società secolarizzata, arriva addirittura a colpire l’opera magna della letteratura italiana e mondiale, la Divina Commedia di Dante Alighieri. L’insigne capolavoro non sarebbe altro che un concentrato di omofobia, razzismo ed antisemitismo e, per questo, deve essere bandita da tutte le scuole.

L’incredibile accusa è stata formulata niente di meno che dal “Gherush92”, un’organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale presso il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani e risoluzione dei conflitti.  

E’ difficile non vedere in questa assurda vicenda un’indiretta accusa al Cristianesimo ed al Cattolicesimo in particolare. Ora anche l’arte deve cadere sotto la scure del politicamente corretto dove tutto deve essere letto attraverso la lente della più ipocrita ottusità laicista.
Che senso hanno queste critiche? Come si fa a non capire che i capolavori del passato devono essere considerati nel loro contesto storico? Come è possibile pensare di piegare il passato alle proprie convinzioni? Perché, allora, non impedire, ad esempio, lo studio de “Genealogie della morale”, in cui Nietzsche distrugge i valori morali, perché deleterio per i futuri cittadini della società?

Ma Nietzsche è un filosofo laico, mentre Dante è troppo cattolico…    

lunedì 12 marzo 2012

La Chiesa e lo schiavismo

Tra le accuse che ripetitivamente i laicisti anticlericali rinfacciano alla Chiesa Cattolica e al Cristianesimo c’è quella di non aver saputo impedire un fenomeno come lo schiavismo, di non essere stata, quindi, vera portatrice del messaggio evangelico dell'eguaglianza tra gli esseri umani. I più estremisti sostengono addirittura che la Chiesa avrebbe teorizzato la diseguaglianza tra razze, legittimando così l'istituto dello schiavismo (Karlheinz Deschner, “Storia critica della chiesa”).

Ritenendo che Gesù, in sostanza, si disinteressi della schiavitù, le accuse si concentrano principalmente sulla figura di Paolo per quanto afferma nella prima lettera ai Corinzi, al capitolo 7: “Ognuno rimanga in quella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato quando eri schiavo? Non te ne preoccupare…”. Secondo le accuse dei laicisti Paolo non dichiara la schiavitù un’ingiustizia, nonostante conosca esattamente il triste destino degli schiavi, il cui numero era assai notevole nelle sue comunità (Leipoldt, “Der soziale Gedanke” 122).

Tali posizioni sono storicamente inaccettabili in quanto per avere un’analisi il più possibile aderente alla realtà storica occorre preliminarmente una contestualizzazione del problema. Nell’età antica, prima dell’avvento del Cristianesimo, lo schiavismo era un istituto diffuso in tutte le società umane, dall’Egitto dei faraoni e gli imperi mesopotamici fino alle società greche e romana. In Grecia la schiavitù era considerata un fatto naturale, tutti i non greci, i barbari fatti prigionieri in guerra, erano considerati automaticamente schiavi. Sia per Platone che per Aristotele gli stranieri sono schiavi per natura, esseri inferiori al pari della femmina (Olivier Petre Grenouilleau “La tratta degli schiavi”, il Mulino, Bologna 2004). Nell’impero romano, invece, la schiavitù era vista come un istituto di diritto positivo, cioè non si nasce schiavi, ma lo si diventa. Quella romana era una società profondamente schiavista piena di poveretti ridotti allo stato di animali alla continua mercé dei loro padroni (J. A. Raymond Descat, “Gli schiavi nel mondo greco romano”, 2006). 

In questa situazione, dove erano sconosciuto il valore universale della vita umana, irrompe il messaggio cristiano. Paolo di Tarso scrive ai cristiani della Galazia: “Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù" (Lettera ai Galati 3, 28). Di fatto il Cristianesimo introduce un principio nuovo e comincia ad affermare che tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio. Per primo il Cristianesimo comincia a considerare gli schiavi depositari del diritto di avere una famiglia, di accedere ai sacramenti, di partecipare alla liturgia allo stesso livello dei loro padroni, di essere trattati con giustizia ed umanità. Man mano che il Cristianesimo, lentamente, andava imponendosi, parimenti veniva attenuata ed "umanizzata" la schiavitù. Testimonianza di questo nuovo principio è la lettera di Paolo a Filemone: l'Apostolo delle Genti non chiede all'amico Filemone di liberare lo schiavo Onesimo, da lui fuggito, ma di trattarlo come un fratello carissimo. 

Fin dal principio la Chiesa non ritenne opportuno combattere contro l’istituto della schiavitù come sistema economico considerando illusoria un’azione sulle strutture in una società non ancora influenzata dal Cristianesimo. Ma ciò non impedì che la cristianizzazione dell’impero facesse regredire rapidamente la schiavitù fino alla sparizione completa, almeno nella sua spietata ed inumana forma antica.

Ma la propaganda laicista non si arrende arrivando ad affermare che la Chiesa nel medioevo, quando poteva influenzare tutta l’Europa, ha tollerato, anzi incoraggiato la schiavitù, con l’istituto della servitù della gleba. Si tratta, anche qui, di pura ignoranza. In realtà nel medioevo l’Europa cristiana fu l’unica società dell’epoca dove la schiavitù non era presente, mentre lo era, diffusissima, tra gli arabi, i cinesi, ecc. La servitù della gleba, infatti, non deve essere confusa con la schiavitù. La servitù rappresentò un contratto all’interno della società feudale dove il servo è addetto ad un appezzamento di terra, paga un canone sotto forma di servizi o beni in natura al signore locale ricevendo da questo protezione, garanzia dell’ordine e della giustizia. Il servo della gleba conserva il godimento dei diritti fondamentali della persona umana. In tempi particolarmente difficili la servitù rappresentò una vera garanzia di sopravvivenza per i contadini in quanto assicura loro un minimo di sicurezza. La servitù perderà la sua ragione d’essere quando la rinascita delle istituzioni pubbliche permetterà una difesa effettiva dei più deboli.

Ma i laicisti insistono: il papato è stato sempre a favore della schiavitù lo testimonierebbe un documento inoppugnabile come la “Instructio 1293” di papa Pio IX del 1866 (Collectanea, Vol. 1, pp. 715-720), dove viene incoraggiato l’istituto della schiavitù. Ma, come al solito, si tratta dell’ennesima falsificazione operata dagli anticattolici, infatti il documento in questione è in latino ed il termine utilizzato nel documento e tradotto male con la parola schiavitù è “servitudo” e quello tradotto con la parola schiavi è “serviti”. Quindi tale documento non parla di schiavitù e di schiavi, ma di coloro i quali si trovano in servitù penale (come ad esempio carcerati che sono costretti al lavoro) e in servitù volontaria, contrattata (chi liberamente per motivi economici mette a disposizione di qualcuno la sua libertà). Si tratta, quindi, di istituti che non sono in contrasto con il vangelo.

In realtà molto tempo prima che il mondo laico abolì lo schiavismo nel XIX secolo la Chiesa fu l’unica voce a levarsi contro lo schiavismo, la “tratta dei negri” e la riduzione in schiavitù degli indios americani. Già nell'anno 1102 un concilio cattolico a Londra severamente vietava il traffico di schiavi che definiva “nefarium negotium” cioè un traffico infame (La Civiltà cattolica, Anno secondo, Volume VII, edizioni La Civiltà cattolica, 1851, p.67), papi come Pio II nel XV secolo, Eugenio IV con la sua bolla “Sicut dudum” del 1435, quella di Paolo III, la “Sublimis Deus” nel 1537, quella di Papa Urbano VIII emessa nel 1639, quella di Papa Benedetto XIV la “Immensa Pastorum principis” nel 1741, la richiesta della proibizione del commercio degli schiavi di papa Pio VII al Congresso di Vienna del 1815, ecc. Purtroppo molto spesso furono appelli che caddero nel vuoto, ma che contribuirono a riformare la società moderna caduta nell’abominio della tratta degli schiavi africani. Un pratica disumana in palese contrasto con la tradizione cristiana cattolica, ma ben tollerata dai più grandi pensatori del laicissimo illuminismo come Voltaire, Marx, Nietzsche, Galton, Hume, Locke, Arthur de Gobineau ecc., che investirono i loro risparmi nel commercio degli schiavi. 


Bibliografia

G. Gliozzi”La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot” Principato, Milano 1971;
D. Brion Davis “Il problema della schiavitù nella cultura occidentale” SEI, Torino 1971;
Olivier Petre Grenouilleau “La tratta degli schiavi”, il Mulino, Bologna 2004;
J. A. Raymond Descat “Gli schiavi nel mondo greco romano”, 2006.

lunedì 5 marzo 2012

Lucia Annunziata e il Diritto Canonico

"I funerali di Lucio Dalla sono uno degli esempi più forti di quello che significa essere gay in Italia: vai in chiesa, ti concedono i funerali e ti seppelliscono con il rito cattolico, basta che non dici di essere gay. C’è il permissivismo purché ci si volti dall’altra parte".

E’ questa l’accusa che Lucia Annunziata ha lanciato contro la Chiesa durante la sua trasmissione “in mezz’ora” su Rai3, riguardo al ruolo di Marco Alemanno nella vita di Lucio Dalla. Il fatto che sia stato celebrato un funerale cattolico è per la nota giornalista una vera e propria ipocrisia. Quindi la Chiesa Cattolica non è criticata solo quando non celebra i funerali, ma anche quando li concede.

Il problema, a mio avviso, è che troppo spesso ci si avventura in accuse gratuite senza avere la minima cognizione di causa. Da quel che dice appare chiaro che l’Annunziata non conosce il Diritto Canonico. Riguardo alla celebrazione delle esequie cattoliche tale Diritto dice:

Can. 1184 - 1. Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli.
2. Presentandosi qualche dubbio, si consulti l'Ordinario del luogo, al cui giudizio bisogna stare”.

Ora sappiamo che Lucio Dalla non era notoriamente apostata, né eretico, né scismatico, anzi, a detta di tutti desiderava essere un credente in Gesù Cristo e un membro della Chiesa Cattolica, non ha scelto la cremazione per ragioni contrarie alla fede e non esistono evidenze che fosse stato “manifestamente peccatore”, nel senso che la sua vita privata era estremamente riservata e la celebrazione dei funerali non avrebbe dato alcun “pubblico scandalo” tra i fedeli.

L’Annunziata ovviamente non sa che la Chiesa reputa “disordinato” solo l’atto omosessuale, ma non le tendenze. Queste sue accuse alla Chiesa, in un momento in cui è forte l’attenzione pubblica, ha tutta l’aria di essere un’ennesima meschina operazione di “captatio benevolentiae”.