martedì 28 giugno 2016

Il papa in Armenia e le folli accuse turche.

In questi giorni il papa si è recato in Armenia a far visita all’antichissimo Patriarcato armeno di Costantinopoli, un patriarcato della Chiesa apostolica armena. L’iniziativa del pontefice romano si colloca nel cammino di riconciliazione e di pace che la Chiesa cattolica ha da tempo intrapreso per l’unità di tutti i cristiani. “Il nostro scandalo” è “anzitutto la mancanza di unità tra i discepoli di Cristo”, sono queste le parole di pace che papa Francesco ha detto durante il rito celebrato dal capo della Chiesa apostolica armena, il patriarca Karekin II.

Ma la pace e la concordia sono impossibili se non viene ripristinata la giustizia e, per quanto riguarda il popolo armeno, tale giustizia inizia nel riconoscere pubblicamente l’orrendo genocidio che fu perpetrato contro di esso agli inizi del XX secolo dalla Turchia ottomana. Una delle più grandi tragedie della storia umana moderna che fu ignorata e dimenticata, milioni di armeni cristiani che furono costretti all’esilio e sottoposti a un massacro pianificato con migliaia di monasteri e chiese distrutti ed innumerevoli tesori culturali annientati. Proprio per questo motivo il papa in Armenia ha dichiarato come il genocidio degli Armeni è stato l’inizio del tremendo odio che ha provocato le immani stragi del XX secolo.

Ma, incredibilmente, le dichiarazioni di papa Francesco non sono piaciute alla Turchia che, ancora oggi, si rifiuta di definire “genocidio” il massacro degli armeni avvenuto sotto l'impero ottomano nel 1915. Il vicepremier turco Nurettin Canikli ha perfino definito le parole del papa come ”molto spiacevoli” aggiungendo che: “Le attività del Papa e del papato portano le tracce e i riflessi della mentalità delle Crociate” e che quella del Pontefice “non è una dichiarazione imparziale né conforme alla realtà”. Ma, come dice anche il Vaticano, il papa non sta facendo affatto alcuna crociata e non ha espresso alcuna ostilità verso la Turchia. La sua azione è tutta volta a costruire ponti di pace e riconciliazione tra turchi ed armeni e ciò può essere possibile solo attraverso il riconoscimento delle proprie responsabilità. 

Ciò che lascia stupiti è la pervicacia dei vertici turchi che in spregio all’evidenza storica si ostina ancora a negare quell’immane tragedia e a gettare fango sul papa con accuse gratuite e senza senso. Viene ancora una volta usata in senso dispregiativo, da parte di uno stato a maggioranza musulmana, il ritornello della mentalità crociata violenta e prevaricatrice, una delle più grandi mistificazioni della storia. Senza togliere nulla allo scempio perpetrato dalla falsa storiografia laicista di stampo illuminista, che trasformarono le Crociate nella più grande barbarie della storia, occorre ricordare che furono proprio i predecessori del vicepremier Canikli, gli Ottomani, a diffondere in modo ossessivo la retorica occidentale sulle crociate. Basta pensare al sultano Abdulhamid II che, per favorire il panislamismo e salvare il suo califfato in crisi, iniziò, nella seconda metà del XIX secolo, a diffondere l’odio verso l’Europa cristiana proprio insistendo con le falsità illuministe sulle crociate (J. Riley-Smith “Storia delle crociate”, Mondadori Printing S.p.a., Cles (TN), 2009, pag. 438).

E così, mentre la Turchia odierna sembra non aver fatto alcun passo in avanti dai tempi ottomani in tema di tolleranza e giustizia, la vecchia Europa, che ha disconosciuto le sue origini cristiane, ancora si stupisce della prepotenza musulmana. Non sarebbe ora di valutare meglio la famigerata “mentalità crociata”?

venerdì 24 giugno 2016

Il Concilio cadaverico: follia cristiana?

Uno dei momenti più oscuri della storia della Chiesa è stato senza dubbio il pontificato di Stefano VI (o VII secondo una diversa numerazione) che sedette sul soglio pontificio dal 22 maggio 896 fino al 14 agosto 897. Questo papa è additato da gran parte della storiografia laicista come uno dei più chiari esempi della immoralità ed indegnità del papato. Questo giudizio fortemente negativo deriva molto probabilmente dal fatto che il suo pontificato fu caratterizzato da un avvenimento che ai nostri occhi ha dell’incredibile, ossia la celebrazione del cosiddetto concilio cadaverico

Questo concilio non sarebbe altro che un processo fatto contro una salma, cioè un corpo morto riesumato per l’occasione. I laicisti ci raccontano di un papa furioso che per legittimare la sua carica fa riesumare il cadavere del suo predecessore, papa Formoso, morto qualche mese prima. Formoso, infatti, aveva nominato Stefano VI vescovo di Anagni e, quindi, questi non poteva diventare anche papa, cioè il vescovo di Roma. Così, per avidità di potere, fu inscenata una macabra rappresentazione dove il cadavere di Formoso venne esumato, vestito dei paramenti pontifici e collocato su un trono nella basilica lateranense per rispondere alle accuse di tradimento ed indegnità. Alla fine la farsa si concluse con la condanna postuma, lo scempio della salma pontificia e il lancio dei resti nel Tevere. 

Questa vicenda ci suscita un grande scalpore, non capiamo come sia possibile che il papa, il vicario di Cristo in terra, sia potuto arrivare fino a tanto per la bramosia del potere. Ma tale versione laicista dei fatti è molto semplificata e non tiene in alcun conto il contesto storico in cui questi sono avvenuti. Ci troviamo alla fine del IX secolo, il papato deve confrontarsi con la lotta tra la nobiltà germanica e quella italiana per la conquista del trono imperiale. Da una parte il legittimo pretendente al trono, Arnolfo di Carinzia, figlio del carolingio Carlomanno e dall’altra la potente figura di Guido da Spoleto. La potenza e l’influenza spoletina, anche solo per vicinanza geografica a Roma, era troppo forte ed il papato ne era totalmente succube. Guido da Spoleto era divenuto potentissimo fino ad assumere il titolo di re d’Italia e intendeva costringere il nuovo papa, Formoso, a incoronarlo imperatore. Il papa, colto dal panico, e per amore della giustizia, essendo Arnolfo il legittimo erede al trono imperiale, chiamò quest’ultimo in suo soccorso. Così nell’894 il re germanico scese in Italia, la liberò dall’egemonia di Guido e ricevette la corona imperiale dal papa. Ma la resistenza degli spoletini non fu completamente debellata, così, dopo due anni di lotte, stanco e malato, Arnolfo abbandonò l’Italia che, fatalmente, ritornò immediatamente sotto la potenza spoletina di Lamberto e Ageltrude, figlio e moglie di Guido che nel frattempo era morto. Pochi giorni dopo, a Pasqua, anche papa Formoso veniva a morte, cosicché dopo la ritirata dei tedeschi Roma cadde di nuovo in mano alla fazione spoletina. Così nell’896 a seguito delle pressioni del partito filo-spoletino fu eletto papa Stefano VI (C. Rendina “I Papi - storia e segreti” Newton&Compton editori, Roma 2005, pag. 302) che, dipendendo totalmente dalla casa spoletina, si affrettò a distruggere ogni eredità del papato di Formoso. Dapprima riconobbe Lamberto imperatore e, con ogni probabilità, sotto la pressione dello stesso Lamberto e di sua madre Ageltrude istituì il cosiddetto concilio cadaverico, il macabro processo a carico dell’ormai defunto papa Formoso. Con la celebrazione di questo rito processuale a carico di Formoso, Stefano VI si riprometteva di cancellare il suo predecessore dalla storia, di estinguerne il ricordo (extiguere nomen) e rendere così nulli ogni suo atto, primo fra tutti l’elezione di Arnolfo ad imperatore.

Appare, quindi, chiaro come l’operato di Stefano VI fu pienamente determinato dalla volontà degli spoletini che esercitavano un dominio assoluto su Roma. Inizialmente il papa s’illuse di poter riconoscere come imperatore Arnolfo, ma appena Ageltrude gli ricordò chi comandava a Roma fece rapidamente marcia indietro in favore di Lamberto (C. Rendina “I Papi - storia e segreti” Newton&Compton editori, Roma 2005). Anche per la celebrazione di un processo contro un morto riesumato, che ai nostri occhi moderni può sembrare una vera e propria barbarie, occorre precisare che la procedura giudiziaria germanica, quella in uso a quei tempi, nella celebrazione di un processo esigeva sempre la presenza del corpus delicti, e, dunque, poteva consentire anche la presenza di un cadavere (L. Gatto “Storia di Roma nel Medioevo”, Newton&Compton editori, Roma 2004).

Contestualizzata nel suo periodo storico tutta questa vicenda appare ben lontana dal descriverci una smodata volontà di potere da parte del papa, ma al contrario illustra i falliti tentativi dei pontefici di agire secondo la legalità e la giustizia frustrati dal potere politico e militare delle varie casate regnanti. Certamente bisogna attenderci dai cristiani e, a maggior ragione, dai dirigenti ecclesiastici un tenore di vita conforme alla fede e alla morale del vangelo. Questo, purtroppo, non è sempre avvenuto nel corso della storia della Chiesa, ma di certo non si può affermare, come fa la storiografia laicista, che la Chiesa abbia fallito nella propria missione. Cristo ha voluto affidare il governo della sua Chiesa a uomini peccatori cui incombe il dovere di trasmettere ciò che hanno ricevuto. D’altronde i cristiani non costituiscono certo una congrega di perfetti, altrimenti nessun uomo vi avrebbe potuto far parte. Non si tratta qui di scusare o di minimizzare delle azioni che restano scandalose, bisogna mettere solo in rilievo il fatto che taluni comportamenti, che ai nostri occhi moderni sembrano assurdi e vergognosi, sono in realtà dovuti a prevaricazioni, giochi politici e imposizioni dovuti all’ingerenza del potere politico sia pure con l’accondiscendenza di papi corrotti o deboli. Eppure, malgrado questi elementi imperfetti e, anzi, proprio attraverso di loro, il messaggio di Cristo si è trasmesso ugualmente. Anche nel corso di tali periodi difficili, oscuri, la Chiesa continuò ad annunciare la Parola di Dio e a dispensare i sacramenti, i quali, come si sa, sono efficaci indipendentemente dalla santità di chi li amministra.

I papi, più o meno indegni, corrotti o semplicemente deboli, non indicarono mai la propria condotta dissoluta o pavida come un modello di vita cristiana, né promulgarono mai, in tal senso, documenti ufficiali impegnativi per la fede della Chiesa. La santità della Chiesa non è mai mancata, trovandosi spesso nella massa dei fedeli più anonimi. Quell’epoca così triste per il papato conobbe infatti un gran numero di santi e vide nascere ordini religiosi che ebbero grande influenza sulla vita futura della Chiesa. Essi posero le basi per realizzare il ricambio dei papi inadatti a trasmettere il deposito della fede, ma non contestarono mai l’autorità dei legittimi capi della Chiesa.


Bibliografia

P. Brezzi “Roma e l’impero medioevale (774-1252)” Cappelli, Bologna, 1947;
L. Gatto “Storia di Roma nel Medioevo”, Newton&Compton editori, Roma 2004;
C. Rendina “I Papi - storia e segreti” Newton&Compton editori, Roma 2005.

mercoledì 8 giugno 2016

Parte IX - Storicità dei vangeli canonici

I vangeli canonici, cioè quelli inseriti nel Nuovo Testamento, sono principalmente l’espressione della fede degli apostoli, ma quasi tutta la comunità scientifica riconosce loro anche una valida storicità. Per D. Brown, invece, questi vangeli e tutto il Nuovo Testamento, non sono altro che l’opera truffaldina di visionari e mistificatori. A pag. 401 de “Il Codice da Vinci” si legge: "…Ma me lo hai detto tu che il Nuovo Testamento è basato su falsificazioni. Langdon sorrise: Sophie, tutte le religioni del mondo sono basate su falsificazioni. E’ la definizione di “fede”: accettare quello che riteniamo vero, ma che non siamo in grado di dimostrare. Ogni religione descrive Dio attraverso metafore, allegorie e deformazioni della verità, dagli antichi egizi fino agli attuali insegnamenti di catechismo. Le metafore sono un modo per aiutare la nostra mente a spiegare l’inspiegabile. I problemi sorgono quando cominciamo a credere alla lettera alle nostre metafore"D. Brown, quindi, considera gli scritti cristiani inclusi nella Bibbia solo un adattamento della realtà, delle storielle inventate per presentarci lo “schema” della fede che ha imposto la Chiesa Cattolica, un mito confezionato dalla prima comunità cristiana. Dello stesso tenore è il pensiero di L. Gardner, che nel suo delirante “La linea di sangue del Santo Graal”, descrive la scelta dei vangeli canonici come un’operazione strategicamente mirata ad escludere testi più importanti e veritieri come quelli della tradizione gnostica. L. Gardner accenna anche ad una imperfezione e scarsa attendibilità storica dei vangeli canonici dovuta alle loro discordanze e disarmonicità, difetti che, ovviamente, sono stati sfruttati dalla Chiesa Cattolica per i suoi loschi disegni. Si legge, infatti, a pag. 39 del suo libro: "Nel corso degli anni, varie congetture sul contenuto biblico sono diventate interpretazioni e la Chiesa le ha proclamate dogmi. Le dottrine emergenti sono state inserite nella società come se fossero fatti concreti. Agli alunni nelle scuole e nelle chiese viene raramente spiegato che Matteo dice che Maria era vergine, ma Marco no; o che Luca menziona la mangiatoia in cui Gesù venne deposto mentre gli altri vangeli non ne parlano; o che nessun vangelo accenna neppure vagamente alla stalla che è diventata una parte nella tradizione popolare […] ai bambini cristiani viene raccontata una favola completamente edulcorata, che estrae gli episodi più attraenti da ogni vangelo e li fonde in un'unica storia infiorata e abbellita che nessuno ha mai scritto"

Questo goffo tentativo di delegittimazione dei vangeli canonici, operato da D. Brown e compagnia, è solo una penosa ripetizione di teorie stravecchie. Quasi due secoli di storia della critica dei testi neotestamentari non solo non è riuscita a demitizzare in modo convincente tali scritti, ma, viceversa, ha addirittura contribuito al raggiungimento di numerose prove critiche a favore della loro attendibilità e storicità. La teoria della falsificazione operata dai primi seguaci di Gesù, e, secondo L. Gardner, dalla Chiesa fino ai nostri giorni, al fine di imporre una fede precostituita, non sta letteralmente in piedi. In realtà un’analisi seria dei vangeli dimostra subito che non siamo di fronte a dei racconti mitici, frutto della fantasia dei suoi autori, ma ad una testimonianza che conserva una innegabile storicità. Se la prima comunità degli apostoli avesse voluto fermare in uno scritto la leggendaria storia di Gesù, avrebbe prodotto un racconto senza discordanze, si sarebbe preoccupata di armonizzare i vangeli per renderli più credibili. Invece non avviene questo, ogni vangelo è simile, ma diverso, perché si tratta di quattro testimonianze differenti che riportano la stessa storia, ma raccontata da quattro “angolazioni” differenti. Se uno stesso evento è raccontato allo stesso modo da quattro diverse fonti, allora può sorgere il dubbio che i quattro autori si possano essere messi d’accordo e copiati tra loro, invece siamo di fronte a fonti differenti, quattro aspetti di un’unica testimonianza. Se la storia tramandata dai quattro vangeli canonici fosse inventata, perché la Chiesa non si è adoperata a renderli più omogenei e credibili? In realtà siamo di fronte a quattro tradizioni che nascono ciascuna da quattro situazioni differenti, ma che testimoniano tutte lo stesso lieto annuncio (la parola vangelo deriva dal greco eu-anghelion = lieto annuncio) della risurrezione di Gesù. Il vangelo di Marco raccoglie la predicazione di Pietro a Roma e qui viene compilato attorno agli anni 60 d.C. (M. Healy, P. Williamson, “The Gospel of Mark”, Baker Academic, 2008). Si rivolge ai pagani, infatti le espressioni in aramaico vengono tradotte e sono usati molti latinismi. Anche il vangelo di Matteo è stato scritto prima dell’anno 70 (D. C. Allison Jr., Matthew, in Muddiman e Barton, "The Gospels" - The Oxford Bible Commentary, 2010) e molto probabilmente una sua proto-versione fu addirittura scritta in aramaico, la lingua madre dell’autore. La sua antichità è confermata dal fatto che nel vangelo di Luca troviamo ben 235 suoi versi. Matteo era un pubblicano (ossia coloro che riscuotevano le tasse per conto dei romani) e, quindi, il suo vangelo indugia molto sulla polemica di Gesù con i farisei. Il suo scritto è rivolto principalmente ai giudei, quindi riporta le profezie dell’Antico Testamento che si realizzano in Gesù. Il vangelo di Luca è stato scritto attorno all’anno 80 d.C. (E. Franklin, “Luke in The Gospels” The Oxford Bible Commentary, 2010) e si rivolge principalmente agli ellenisti dell’Asia Minore. Da persona colta (è quasi sicuro che fosse un medico) Luca organizza il suo scritto scientificamente collocandolo storicamente e riportando molti particolari assenti negli altri due vangeli sinottici. Ciò gli deriva dalle frequentazioni di Paolo, Giovanni e, persino, di Maria, la madre di Gesù, (è, infatti, l’unico vangelo canonico che riporta episodi della sua infanzia). Infine vi è il vangelo di Giovanni, scritto verso l’anno 100 d.C. (P. Stefani “La Bibbia” Il Mulino, 2004). Questo testo, pur avendo i caratteri di una riflessione teologica posteriore, dimostra chiaramente di essere basato sulla testimonianza di un ebreo che ha convissuto con Gesù, infatti conosce alla perfezione le usanze ebraiche, riporta indicazioni geografiche e topografiche precise. Inoltre riporta tantissimi particolari come solo un testimone oculare potrebbe fare, ad esempio l’episodio delle nozze di Cana, l’ultima cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, ecc… 

Se il Nuovo Testamento fu solo una colossale falsificazione che senso avrebbe avuto inventarsi dei racconti dove vengono apertamente riportate tutte le debolezze, le deficienze, le meschinità dei “capi” della nuova religione, le colonne della nuova fede, coloro che dovranno assumere le cariche di maggiore importanza? Gesù rimprovera costantemente gli apostoli perché non capiscono il suo amore per i bambini (Mt 19, 13-15), perché cercano di accaparrarsi i primi posti nel Regno di Dio (Mt 20, 20-23), perché non accettano il suo rapporto con le donne (Mt 26, 6-13) (Gv 4, 27-30), perché non hanno misericordia per i samaritani (Lc 9, 51-56), perché non riescono a vegliare neppure per un’ora con Lui prima della passione (Mt 26, 40-43). I vangeli “inventati” raccontano che i discepoli, mentre Gesù viene arrestato e ucciso, scappano e si rifugiano nel cenacolo per paura dei Giudei (Gv 20, 19-20), che i discepoli non comprendono le scritture (Gv 20, 9), che Filippo viene rimproverato da Gesù perché non riesce a capire che Lui è Dio (Gv 14, 7-10), che Tommaso solo perché ha visto ha creduto (Gv 20, 24-29) che solo Giovanni crede nella risurrezione mentre gli altri ancora non capiscono (Lc 24, 25). Che dire poi di Pietro? Il principe degli apostoli, il capo indiscusso dell’intera organizzazione? I vangeli “falsi” che lo devono “esaltare” riportano, imprevedibilmente, la sua codardia (Mt 14, 22-33), il pesante rimprovero che gli riserva Gesù perché è di ostacolo (dal greco "skandalon") alla sua missione (Mt 17, 21-23) (Mc 8, 31-33), il suo triplice rinnegamento di Gesù (Mt 26, 69-76), la triplice ammonizione che Gesù gli riserva nel conferirgli la missione di guida della Chiesa (Gv 21, 15-17). Ma l’aspetto più inspiegabile è che questi vangeli affidano la primissima testimonianza della risurrezione a delle donne (Lc 24, 22). Che operazione sensata può essere quella di creare un inganno e lasciare che si fondi su di una testimonianza femminile? In ambiente giudaico le donne non godevano di alcuna considerazione. Si legge nel Qoélet: "…è preferibile un uomo malefico ad una donna benefica", nel libro dei Proverbi: "…sono stolte, rissose e lunatiche". In Israele le donne non potevano testimoniare nulla. Scrive Giuseppe Flavio, storico ebreo nato solo 7 anni dopo la morte di Gesù: "Le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra voi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso". Perfino Paolo di Tarso, che è ancora molto legato alla tradizione ebraica del suo tempo, scrive ai Corinzi: "Alle donne non è permesso parlare durante l'assemblea. Facciano silenzio e stiano sottomesse, come dice anche la legge di Mosè. Se vogliono spiegazioni le chiedano ai loro mariti, a casa, perché non sta bene che una donna parli in assemblea" (1 Cor 14, 34). Veramente strani questi “falsi” vangeli, se sono stati rielaborati, falsati ed arbitrariamente scelti, come mai trattano così impietosamente coloro che dovrebbero incensare e si fondano su una testimonianza, quella femminile, che in Israele non conta nulla? La realtà è ben diversa, i fatti narrati in quel modo ci sono perché, evidentemente, dovevano esserci per forza, sono realmente accaduti. 

I vangeli canonici rappresentano la fede delle prime comunità cristiane, sono la testimonianza coraggiosa degli apostoli e dei discepoli. Questi uomini avevano un lavoro che permetteva loro di vivere sicuri e quasi tutti erano sposati. Come mai lasciano tutto per seguire Gesù? Eppure Lui gli predisse sofferenze, disagi e persecuzioni che avrebbero dovuto scoraggiarli (Mc 8, 24; Gv 16, 20; Gv 15, 20). Invece nel nome di Gesù e del suo vangelo accettano serenamente il martirio. Proprio quest’ultimo aspetto è di fondamentale importanza, è il sangue dei martiri che conferisce la più alta autorità a questi scritti. Chi si lascerebbe uccidere per un’impostura, per una colossale falsità? Quasi tutti gli apostoli hanno subito il martirio, Bartolomeo fu scorticato vivo e decapitato ad Albanopoli in Armenia, Simone (detto il cananeo) e Giuda Taddeo furono martirizzati in Mesopotamia nel 70 d.C., Giacomo di Alfeo (detto il minore) fu ucciso a Gerusalemme nel 62 d.C., Tommaso fu ucciso in India nel 52 d.C., Giacomo di Zebedeo (detto il maggiore) fu flagellato e decapitato nel 42 d.C., Filippo fu crocifisso a Hierapolis nell’80 d.C., Andrea fu crocifisso a Patrasso. Pietro e Paolo  subirono il martirio a Roma nel 67 d.C. durante la persecuzione neroniana.  Pietro fu crocifisso sul colle Vaticano nel circo di Nerone e Paolo fu decapitato alle Tre Fontane.

I vangeli che troviamo canonizzati nel Nuovo Testamento sono i più antichi e i più citati da tutti gli esponenti delle prime comunità cristiane. I vangeli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni sono principalmente dei libri di fede, ma sono anche, indiscutibilmente, accreditati di una salda attendibilità storica. Innumerevoli ricerche archeologiche, studi filologici, letterari e storici hanno dimostrato l’attendibilità storica di questi testi. Ad esempio il quadro politico da loro riportato corrisponde perfettamente alla realtà storica di quel tempo, infatti se arretriamo di 5 o 6 anni la data della nascita di Gesù, per un errore di calcolo fatto in passato dal monaco Dionigi il piccolo, riscontriamo che effettivamente Erode detto “il Grande” fu re della Palestina dal 37 a.C. al 4 d.C., che Cesare Ottaviano Augusto fu realmente imperatore romano dal 30 a.C. al 14 d.C., che gli successe Tiberio, imperatore dal 14 d.C. al 37 d.C., che dopo la morte di Erode “il Grande” il 4 d.C., la Giudea effettivamente passò sotto il governo diretto di Roma con dei procuratori, che Ponzio Pilato fu veramente procuratore della Giudea dal 26 d.C. al 36 d.C. (3), che Giuseppe Caifa fu sommo sacerdote dal 18 d.C. al 36 d.C., che l’Idumea, la Giudea e la Samaria furono sotto Archelao, figlio di Erode, che le governò dal 4 a.C. al 6 d.C., che Erode Antipa, anche lui figlio di Erode, fu effettivamente tetrarca della Galilea e della Perea dal 4 d.C. al 39 d.C., che Filippo, altro figlio di Erode, fu tetrarca della Traconitide, dell’Iturea e dell’Abilene dal 4 d.C. al 34 d.C. 

Il Nuovo Testamento tratteggia perfettamente il clima sociale e politico della Palestina di quei tempi riportando con estrema precisione il nome e l’identità dei gruppi religiosi e politici (farisei, sadducei, erodiani, zeloti, pubblicani), riportano le tensioni sociali che esistevano tra Giudei e Samaritani, la differenza di mentalità tra Giudei e Galilei, ecc… Tutti questi particolari sono confermati dallo storico ebreo filoromano Giuseppe Flavio, il quale, è bene ricordarlo, non era cristiano ed operò quasi contemporaneamente alla formazione dei vangeli canonici. Si possono fare innumerevoli esempi di correttezza storica, geografica e topografica, alcuni di essi li ho tratti dai libri di Vittorio Messori, notissimo giornalista e storico contemporaneo, come “Ipotesi su Gesù”, “Patì sotto Ponzio Pilato”, “Dicono che è risorto”, ecc… 

I vangeli disegnano “mappe topografiche del rilievo” d’Israele, da Gerusalemme a Gerico si scende (Lc 10, 30) e, quindi, per Gerusalemme si sale (Lc 19, 28), ciò è dovuto alla profonda depressione del Mar Morto, così anche per la Galilea, da Nazareth a Cafarnao si scende (Lc 4, 31) perché ci si sposta dal centro collinoso verso il lago di Genesareth; 

Nel vangelo di Giovanni, capitolo 4, versetto 3, Gesù dialoga con una donna samaritana presso il “pozzo di Giacobbe”, ai piedi del monte Garizim. Nel 1913 l’archeologo tedesco Ernst Sellin della German Oriental Society scoprì i suoi ruderi durante una campagna di scavi nella vicina città di Sichem; 

Secondo i vangeli ai due ladroni crocifissi assieme a Gesù furono spezzate le gambe come l’usanza romana imponeva, ciò è stato definitivamente confermato nel 1968 dagli archeologi del governo israeliano che ritrovarono a Giv'at ha Mitvar, a nord di Gerusalemme, i resti, datati I sec. d.C., di un giovane ebreo, alto 1 metro e 67, che era stato crocifisso, con le tibie spezzate;

Sulla croce di Gesù, secondo il racconto evangelico, fu posta una scritta redatta in tre lingue differenti (ebraico, latino e greco) riportante il motivo della condanna, questa consuetudine è stata confermata dal ritrovamento della pietra incisa che avvertiva i pagani di non entrare nel recinto del tempio di Gerusalemme riservato solo agli ebrei. Era scritta nelle stesse tre lingue: ebraico, latino e greco; 

In ambiente giudaico era d’uso comune accompagnare le operazioni di sepoltura con strepidi e lamentazioni. I vangeli non ne riportano, infatti queste manifestazioni erano vietate per i condannati a morte;

Matteo ci dice nel suo vangelo che Pilato, a Gerusalemme, aveva con sé la moglie. Questo fatto è stato contestato e ritenuto un falso storico, in realtà poco prima dei tempi di Gesù, Roma aveva autorizzato i suoi rappresentanti a portare con sé la famiglia nelle province, mentre prima lo vietava; 

Nel capitolo 13 degli Atti degli Apostoli il responsabile romano di Cipro, Sergio Paolo, viene chiamato “proconsole”. Secondo l’uso imperiale del tempo è attestato che il titolo esatto doveva essere, invece, quello di “propretore”, quindi si ritenne questo passo degli Atti una pura fantasia. Tutto ciò fino al ritrovamento, avvenuto qualche anno fa, tra le rovine di Pafo, località occidentale dell’isola, di un’iscrizione dove veniva citato proprio Sergio Paolo ed era chiamato “proconsole”, anomalia riscontrata solo a Cipro; 

Negli Atti degli Apostoli i capi della città di Tessalonica vengono chiamati “politarchi”, un termine praticamente sconosciuto agli storici. In questi ultimi anni sono state ritrovate ben 19 iscrizioni dove i prefetti di Tessalonica vengono chiamati con quel tipico titolo; 

Gli Atti degli Apostoli sono confermati storicamente anche quando riportano notizie di cronaca. Chiarissimo è l’esempio di Atti 18, 1-2: "Dopo di ciò, partito da Atene [Paolo] andò a Corinto. E trovato un giudeo di nome Aquila, pontico di nascita, da poco giunto dall’Italia, e la moglie sua Priscilla, per il fatto che Claudio aveva ordinato che tutti i Giudei partissero da Roma, andò da loro". Questa informazione trova una eccezionale conferma in un opera di Svetonio, famoso storico romano, scritta nel 120 d.C., diverso tempo la redazione degli Atti: "Espulse da Roma i Giudei, che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine" (Vita Claudii, XXIII, 4); 

Nel vangelo di Matteo, al capitolo 22, viene presentato a Gesù un denaro ed Egli dice: "Di chi è questa immagine e l’iscrizione? Gli risposero: Di Cesare…". Anche in questo caso si obiettò che l’episodio è inventato in quanto in Israele, essendo vietata, pena la morte, la rappresentazione della figura umana, non potevano circolare monete del genere. La storia, però, ci dice ben altro. Israele occupato poteva battere solo monete di rame, quelle preziose, come appunto il “denaro” di Matteo (che di monete se ne intendeva di certo, n.d.r.), erano coniate dalle zecche romane, riportavano la figura di Cesare e gli ebrei erano obbligati ad accettarle. Questo avveniva dappertutto, ma non nel Tempio di Gerusalemme (sarebbe stata una causa di sommossa), così per acquistare gli animali da sacrificare, alle porte del santuario c’erano i cambiavalute. Particolare, questo, riportato dai vangeli nell’episodio della loro cacciata da parte di Gesù (Mt 21, 12-13); 

Nel vangelo di Marco l’episodio della tempesta sedata ci svela un particolare sorprendente. Gesù durante l’infuriare degli elementi era “nella poppa, addormentato sul giaciglio” e non “a poppa” come comunemente si dice. La spiegazione si trova nel relitto di una barca, del tempo di Gesù, ritrovata nel 1986 nel lago di Genesareth. Sul ponte di poppa si trovava uno spazio coperto in cui un uomo poteva tenersi al riparo; 

Nel vangelo di Giovanni, al capitolo 5, si legge: "A Gerusalemme, presso la Porta delle Pecore, c’è una piscina, detta in ebraico Betesdà, che ha cinque portici". Questo vangelo è considerato unanimemente uno scritto più spirituale che storico, quindi questo riferimento architettonico così preciso fu interpretato più come un simbolismo che non un dato reale (ad esempio il Pentateuco, le dita della mano di Javhé, le cinque porte della città celeste, ecc…). Gli scavi archeologici hanno puntualmente identificato accanto alla porta detta “delle pecore”, a Gerusaleme, un’ampia vasca, lunga circa 100 metri e larga 62, che aveva cinque portici; 

Ancora nel vangelo di Giovanni troviamo al capitolo 19: "Pilato condusse fuori Gesù e si assise in tribunale nel luogo detto Litostroto, in ebraico Gabbatà". Solo in questo vangelo troviamo il riferimento ad un “Litostroto” e ad una “Gabbatà”. Il primo termine è greco e significa “luogo lastricato”, mentre il secondo, ebraico, significa “altura”. Per secoli non si è riusciti a capire quale fosse la relazione tra i due vocaboli e, ovviamente, si pensò di nuovo ad un simbolismo, ad una fantasia dell’evangelista. Nel 1927 l’archeologo francese Vincent, prendendo sul serio il testo di Giovanni, si mise a scavare nelle vicinanze del Tempio e scoprì una superficie lastricata di circa 2500 metri quadri, pavimentata al modo romano. Era il cortile della fortezza Antonia, fatta costruire da Erode il Grande e sede invernale del procuratore romano di Giudea. Questa fortezza sorgeva sulla collina più elevata delle quattro della Gerusalemme antica, da cui il termine “altura”.

Puntualmente tutte le notizie storiche su Gesù ci parlano della sua passione e morte in croce. Lo storico romano Tacito, ad esempio, scrive attorno al 112 d.C.: "Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato all’estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato" (Annali, XV, 44). Il retore scettico Luciano di Samosata, parlando di un certo Peregrino Proteo, scrive attorno al 169-170 d.C., nel suo “De Morte Peregrino”: "…essi [i cristiani] lo veneravano [Peregrino Proteo] come un dio, se ne servivano come legislatore, e lo avevano elevato a loro protettore a somiglianza di colui che essi venerano tuttora, l’uomo che fu crocifisso in Palestina per aver dato vita a questa nuova religione" (De Morte Per. XI-XIII). Di testimonianze della crocifissione di Gesù ce ne sono molte altre, tanto che ormai nessuno mette più in dubbio la sua autenticità. Vorrei chiudere questo paragrafo riportando il famoso “Testimonium flavianum” in cui Giuseppe Flavio ci fornisce la più solare conferma storica della condanna e morte in croce di Gesù, riportate dai vangeli canonici, evento predetto nel Antico Testamento, (i puntini da me inseriti sostituiscono alcune possibili interpolazioni cristiane postume): "Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, […] era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato […] Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani" (Antichità giudaiche XVIII, 63-64). 

I vangeli canonici sono, quindi, dei documenti storici inoppugnabili, la debole teoria che si tratti di una colossale invenzione frutto della fantasia di un gruppo di invasati è del tutto assurda. Moltissimi studiosi hanno dovuto convenire che gli scritti inseriti nel Nuovo Testamento costituiscono una eccezionale testimonianza storica. La professoressa Genot-Bismuth, che non è cristiana ed occupa alla Sorbona di Parigi la cattedra di Giudaismo antico e medievale, afferma formalmente: "…chi ha scritto il Vangelo di San Giovanni è un testimone oculare, poiché i dettagli che fornisce sono talmente precisi da coincidere con i ritrovamenti avvenuti in occasione degli scavi archeologici da me effettuati a Gerusalemme". Padre Lagrange, studioso e archeologo domenicano, direttore della prestigiosa Revue Biblique, dopo 50 anni di studio in Palestina, affermò: "Il bilancio del mio lavoro è che non esistono obiezioni “tecniche” contro la veridicità dei vangeli. Tutto quello che riferiscono, sin nelle minuzie, trova riscontro preciso e scientifico" e, ancora, il celebre orientalista inglese, sir Rawlinson osservò: "Il cristianesimo si distingue dalle altre religioni del mondo proprio per il suo carattere storico. Le religioni di Grecia e Roma, di Egitto, India, Persia, dell’Oriente in generale furono sistemi speculativi che non cercarono neppure di darsi una base storica. Proprio al contrario del cristianesimo".