domenica 30 aprile 2017

Biglino e gli Elohim

Lo studioso Mauro Biglino arringa i suoi fedelissimi ed avverte il mondo intero che le religioni ebraica e cristiana sono solo una solenne truffa. Infatti, secondo Biglino, alcuni loschi personaggi si sarebbero appropriati della Bibbia leggendovi l’immaginaria esistenza di un Dio che si sarebbe costruito un popolo, Israele il popolo eletto, e che poi avrebbe salvato l’umanità dal peccato originale mandando il suo figlio unigenito sulla terra. Per Biglino, invece, la Bibbia non parla affatto di Dio, ma di alcuni esseri, non ben precisati, forse degli alieni, ma che comunque non avevano niente di divino e soprannaturale, denominati col termine ebraico di “Elohim”.

Biglino, credendosi il maggior conoscitore esistente sulla faccia della terra dell’ebraico biblico, ricava questa sua convinzione principalmente dal fatto che, secondo lui, nessuno conosce il vero significato del termine “Elohim” e, cadendo in palese contraddizione, sostiene che, senza alcun dubbio (sic), il termine “Elohim” certamente non significa “Dio”. Gli “Elohim” biblici sono molteplici, non sono esseri divini, ma personaggi in carne ed ossa e ciò sarebbe principalmente provato dal fatto che il termine “Elohim” in ebraico è un plurale (plurale di "El" che significa "Dio"), quindi non si può letteralmente applicare al concetto monoteistico di un Dio unico. 

In realtà in tutte le bibbie in uso presso qualunque confessione cristiana ed anche nel testo del Tanakh, cioè la raccolta di tutti i libri sacri dell’ebraismo, il termine “Elohim” viene sempre tradotto con “Dio”. Come mai? E’ la tradizione che insegna questo. Tecnicamente Biglino ha ragione, il termine ebraico “Elohim” è grammaticalmente un plurale, ma tutte le versioni, cioè le traduzioni, più antiche dall’ebraico, dalla Septuaginta alla Peshitta siriaca fino alla versione aramaica e alla Vetus latina, cioè testi del II secolo a.C. fino al IV secolo d.C., che tanta parte hanno avuto nella costituzione del testo delle bibbie moderne, hanno sempre tradotto il termine “Elohim” con “Dio”. Tutto ciò è ovviamente spiegato dal contesto, cioè dal senso generale della narrazione che presuppone chiaramente l’esistenza di un Dio unico. 

Ma a Biglino ciò non convince, asserisce che la lettura letterale è l’unica giusta e, comunque, la sola che può essere “libera” da false interpretazioni teologiche. Affermazioni semplicemente assurde, l’interpretazione del testo biblico non può basarsi solo ed esclusivamente su una lettura letterale, occorre necessariamente un approccio multidisciplinare per studiare il significato di un testo che è una collazione di scritti molto differenti tra loro, occorre conoscere i periodi della loro redazione e le tradizioni in cui si sono formati. La tesi ridicola del “complotto” può andar bene ai creduloni sempre pronti a dar credito ad ogni voce anticristiana ed anticattolica, ma se vogliamo riferirci ad uno studio serio della Scrittura il dilettante Biglino fa una ben magra figura.

Personalmente non conosco l’ebraico, quindi mi sono documentato consultando il forum di Consulenza Ebraica dove esperti di ebraico biblico hanno da tempo affrontato a livello grammaticale la questione del plurale “Elohim” riferito al termine singolare di “Dio”. La regola grammaticale imporrebbe che quando il termine “Elohim” non ha l’articolo determinativo e i verbi ad esso collegati sono al singolare, deve ritenersi a tutti gli effetti un singolare in quanto si riferisce alla maestà divina (Joel S. Burnett “A Reassessment of Biblical Elohim” SBL Dissertation Series, Atlanta 2001, pag. 15.). Tale spiegazione, però, presenta delle difficoltà, che Biglino sfrutta immediatamente per avvalorare la sua tesi. Esistono, infatti, dei passi della Bibbia dove il temine “Elohim”, che secondo il contesto dovrebbe riferirsi a Dio, è invece seguito dal verbo al plurale. Ad esempio in Genesi 20,13 abbiamo: “Allora, quando Dio mi ha fatto errare lungi dalla casa di mio padre”, in realtà nel testo ebraico il verbo collegato a Dio è un plurale, quindi bisognerebbe tradurre con “Allora, quando gli “Elohim” mi fecero errare lungi dalla casa di mio padre”. Per Biglino tutto ciò prova che Abramo fu chiamato da questi misteriosi Elohim e non da Dio. Altro passo invocato da Biglino a sostegno della sua critica è Genesi 35, 7 dove di Giacobbe viene detto: “Qui egli costruì un altare e chiamò quel luogo "El-Betel", perché là Dio gli si era rivelato, quando sfuggiva al fratello”. Anche in questo caso il testo ebraico originale riporta il verbo “rivelare” al plurale. Quindi, anche qui la traduzione migliore sarebbe “…ed edificò là un altare e chiamò il luogo El-Betel poiché là si erano fatti vedere a lui gli Elohim”. Non di Dio parlerebbe dunque la Bibbia, ma degli “Elohim”. 

Ciò che però Biglino non dice è che tali passi, in cui il termine “Elohim” che dovrebbe riferirsi a “Dio” è invece seguito dal verbo al plurale, sono una netta minoranza rispetto a quelli che rispettano la regola grammaticale, solo un centinaio su circa 2600 ricorrenze del termine “Elohim” nella Scrittura. Il più importante di tutti si trova proprio nel primo versetto della Genesi dove tutto ha avuto inizio con la creazione di Dio. In Genesi 1, 1 abbiamo: “In principio Dio creò”, che in ebraico è: "Bereshit barà Elohim". Il testo riporta “Barà”=“creò” cioè al singolare, non “Barù” al plurale e il termine “Elohim” è senza l'articolo determinativo. E’, quindi, Dio che crea, all’inizio non c’è nessun misterioso “Elohim”. Per spiegare perché è giusto tradurre “Elohim” con “Dio” in quei passi richiamati da Biglino non bisogna riferirsi solo ad una traduzione letterale, ma occorre considerare il contesto in cui sono posti quei versetti e la tradizione delle versioni più antiche. In Genesi 20, 13 ci si riferisce alla promessa di Dio ad Abramo che troviamo nel capitolo 12: “Il Signore DISSE ad Abram: "Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che IO TI INDICHERÒ. FARÒ di te un grande popolo e TI BENEDIRÒ, RENDERÒ grande il tuo nome e diventerai una benedizione. BENEDIRÒ coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno MALEDIRÒ e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra". Allora Abram partì, come GLI AVEVA ORDINATO il Signore”. Tutti i verbi che si riferiscono a Dio sono al singolare, quindi il contesto suggerisce che anche il termine “Elohim” di Genesi 20, 13 debba essere tradotto con “Dio”. E lo stesso vale per Genesi 35, 7 dove il contesto si riferisce chiaramente a Dio. Ad esempio pochi versetti prima abbiamo: “Dio DISSE a Giacobbe: Alzati va’ a Bethel, e costruisci in quel luogo un altare al Dio che TI APPARVE allorché fuggivi Esaù tuo fratello” (Gn 35, 1). Anche qui, il termine “Elohim” è collegato a verbi al singolare. 

D’altronde in questi due passi della Genesi tutte le più antiche versioni, che ricordo si spingono fino al II secolo a.C., come ad esempio la Septuaginta, traducono il termine “Elohim” sempre con “Dio”, al singolare. La Septuaginta, cioè la versione greca degli scritti sacri ebraici, era tenuta in grande considerazione dagli ebrei prima dell’era cristiana. Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio, il famoso filosofo e storico ebraici del tempo di Gesù, sostenevano che i suoi autori erano stati ispirati divinamente. Oltre alle vecchie versioni latine, la Septuaginta è stata anche la base per le versioni dell'Antico Testamento nel vecchio linguaggio slavonico della Chiesa, in siriaco, per quella nell'antica lingua armena, nell'antica lingua georgiana e in lingua copta (Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995). Se consideriamo che la Septuaginta riflette indubbiamente il pensiero e le convinzioni maggiormente presenti in Israele nei tempi più antichi da noi conosciuti, credo che tale traduzione, per la sua importanza ed antichità, possa essere considerata senza dubbio molto più affidabile di quella di Biglino. 

Se la logica e le evidenze che ho appena esposto giustificano ampiamente una traduzione al singolare del termine plurale “Elohim”, quando questo si riferisce a Dio, che significato possono avere le eccezioni in cui compaiono al plurale anche i verbi collegati al termine “Elohim”? La questione è stata ed è molto dibattuta, ma la spiegazione più accreditata dagli studiosi e dalla tradizione ebraica fa riferimento ad una sorta di plurale “deliberativo” cioè una maestosità che vuole descrivere una dimensione di pluralità, di relazionalità, tipica del Dio ebraico (J. Skinner ”Genesis (ICC)” Edinburgh 1932, pag. 31; G. von Rad “Genesi (Antico Testamento 2/4)” Brescia 1978, pag. 69). Tale caratteristica di Dio sarà nota dominante nella creazione dell’uomo, infatti secondo la cosiddetta tradizione Elohista la creazione dell’uomo viene descritta attraverso un colloquio che Dio intrattiene con la sua corte celeste: “E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…” (Gn 1, 26). Già anticamente Filone e vari commentatori rabbinici erano convinti di questa dimensione pluralistica di Dio, nel Targum Jonathan, cioè una traduzione in aramaico della Bibbia ebraica, databile tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C., ad esempio, è riportato un colloquio di Dio con gli angeli proprio al momento della creazione dell’uomo. 

E’ per questi motivi che giustamente il termine “Elohim” quando si riferisce a Dio viene sempre tradotto con “Dio”, anche quando i verbi sono al plurale. Per la ricorrenza di Genesi 35, 7 la Bibbia di Gerusalemme, ad esempio, in nota, motiva il plurale con un riferimento agli angeli, la corte celeste, che precede la comparsa di Dio: “Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: “Io sono…” (Gn 28, 12-13). E’ riportata una corte celeste, ma Dio è considerato come unico.

La tradizione ebraico-cristiana ha una storia antichissima e si fonda su documenti di eccezionale valore storico ed esegetico. Come è possibile dar credito ad un personaggio come Biglino, sprovvisto di titoli accademici, che ci viene a raccontare dopo migliaia di anni dai fatti che, senza avere alcuna prova, tutta l’interpretazione della Bibbia non sarebbe altro che il frutto di un complotto? Ecco a cosa sono disposti a credere gli anticristiani, i laicisti che si vantano di essere razionalisti. E invece sono loro ad essere senza apertura mentale, ma disposti a credere solo ai propri pregiudizi.



Bibliografia

C. Westermann "Genesi", Casale Monferrato (AL), 1989;
P.E. Dion "Ressemblance et Image de Dieu" in DBSup, X;
J. Skinner ”Genesis (ICC)” Edinburgh 1932; 
G. von Rad “Genesi (Antico Testamento 2/4)” Brescia 1978;
F. Zorell "Lexicon Hebraicum Veteris Testamenti", Roma, 1984
Ernst Würthwein “The Text of the Old Testament” trans. Errol F. Rhodes, Grand Rapids, Mich. Eerdmans, 1995;
Joel S. Burnett “A Reassessment of Biblical Elohim” SBL Dissertation Series, Atlanta 2001;
http://consulenzaebraica.forumfree.it/

giovedì 20 aprile 2017

Parte XIX – Maria Maddalena e i Merovingi

Un punto cruciale dell’assurda storia della discendenza di Gesù, che si può ritrovare in questi testi spazzatura, è incentrato sulla leggenda medioevale di un fantastico viaggio in Francia di Maria Maddalena per dare luogo ad una discendenza che esisterebbe tuttora. Ovviamente si tratta di una stupidaggine colossale a cui non mi sembra serio dedicare troppo spazio. Mi limiterò, dunque, a riportare qualche brano sull’argomento per contrapporre una breve risposta. Dal “Il Codice da Vinci”, da pag. 297 a pag. 299, si legge: «…Poiché il suo nome era proibito dalla Chiesa, Maria Maddalena divenne nota sotto vari pseudonimi: il Calice, il Santo Graal, la Rosa […] La Chiesa per difendersi dal potere di Maria Maddalena, l’ha etichettata come prostituta […] ”Secondo il Priorato”, proseguì Teabing: “Maria Maddalena era incinta all’epoca della crocifissione. Per proteggere il figlio che doveva ancora nascere, non ebbe altra scelta che lasciare la Terrasanta. Con l’aiuto di Giuseppe d’Arimatea, zio di Gesù e suo fedelissimo, Maria Maddalena raggiunse segretamente la Francia, allora nota come Gallia, dove trovò un rifugio sicuro nella comunità ebraica. E fu in Francia che diede alla luce una figlia a cui venne dato il nome di Sarah” […] La Chiesa delle origini temeva che se si fosse permesso alla discendenza di crescere, il segreto di Gesù e Maria Maddalena sarebbe infine affiorato e avrebbe sfidato la dottrina cattolica fondamentale […] Tuttavia, la discendenza di Cristo è stata allevata tranquillamente in Francia, finchè nel V secolo non ha fatto una mossa ardita, sposandosi con i re di Francia e creando la dinastia dei Merovingi” […] In Francia tutti gli studenti conoscevano la storia dei Merovingi. “I Merovingi hanno fondato Parigi”. […] “Ha sentito parlare di re Dagoberto?” […] “Era uno dei re Merovingi, vero? Pugnalato in un occhio mentre dormiva?” “Esatto. Assassinato dal Vaticano in combutta con Pipino d’Heristal. Fine del settimo secolo. Con l’assassinio di Dagoberto, la dinastia dei Merovingi venne quasi sterminata. Fortunatamente, il figlio di Dagoberto, Sigisberto, sfuggì all’attacco e proseguì la dinastia, di cui fece parte più tardi Goffredo di Buglione, il fondatore del Priorato di Sion”. “Lo stesso uomo […] che ordinò ai Cavalieri del Tempio di recuperare i documenti del Sangreal dalle rovine del tempio di Salomone, in modo da fornire ai Merovingi la prova del loro legame ereditario con Gesù Cristo”. […] [Il Priorato] deve sostenere e proteggere la discendenza di Cristo, quei pochi discendenti dei Merovingi che sono sopravvissuti fino ad oggi”.»

Anche L. Gardner, pescando nella selva di leggende fiorite sull’argomento, cerca di dare una veridicità storica alla vicenda. Nel suo libro, tra le pagine 114 e 211, si può leggere: «Oltre a Maria, fra gli emigrati in Gallia nel 44 d.C. c’erano Marta e la sua serva Marcella. C’erano anche l’apostolo Filippo, Maria Iacopa (moglie di Cleofa) e Maria-Salomè (Elena). Il luogo dove sbarcarono in Provenza era Ratis, divenuto poi noto come Les Saintes Maries de la Mer […] durante il secolo V [gli eserciti Franchi] invasero la Gallia romana e dilagarono nell’attuale Belgio e Francia settentrionale. Fu a questo punto che la figlia di Génobaude, Argotta, sposò il re pescatore Faramundo (o Faramondo, 419-413), che viene spesso citato come il vero patriarca della monarchia francese. Faramondo era nipote di Boaz (Anfortas), discendente in linea diretta dal figlio di Giosué, Aminadab [che sarebbe il bis-nipote di Gesù] […] Nel 655 Roma era ormai in grado di smantellare la successione merovingia in Gallia […] Il Maestro di Palazzo Grimoaldo aveva posto il proprio figlio sul trono d’Austrasia mandando in esilio il legittimo re merovingio Dagoberto II, ma Vilfrido di York e altri sparsero la notizia del tradimento del Maestro di Palazzo e la casa di Grimoaldo fu giustamente screditata […] Avendo sposato Giselle de Razés […] Dagoberto fu rimesso al suo posto nel 674, dopo un’assenza di quasi vent’anni, e l’intrigo romano fu sventato, ma non per molto tempo. […] il movimento cattolico fece di tutto per negare la sua eredità messianica perché oscurava la supremazia del papa […] Fra i nemici gelosi di Dagoberto c’era il suo potente Maestro di Palazzo, Pipino il grosso di Heristal. Nel 679, due giorni prima di Natale, Dagoberto stava cacciando vicino a Stenay nelle Ardenne, quando venne assalito da uno degli uomini di Pipino e impalato ad un albero con una lancia. La Chiesa di Roma si affrettò ad approvare l’omicidio e passò immediatamente l’amministrazione Merovingia in Austrasia all’ambizioso Maestro di Palazzo…».

Come dicevo non c’è niente di serio, non esiste un solo documento storico che accerti questa versione, è solo un cumulo di inesattezze e falsità che hanno come unica base una leggenda medioevale. 

Innanzitutto non è vero che la Chiesa abbia cambiato il nome a Maria Maddalena, tantomeno che la etichettò come una prostituta. Ne è prova il fatto che esistono almeno quattordici sante canonizzate che portano questo nome. Fu solo Papa Gregorio Magno (560 – 604) che, facendo confusione, identificò nella stessa persona Maria Maddalena e Maria di Betania ritenendola una peccatrice in quanto Gesù la liberò da sette demoni (Luca 8, 1-3). In realtà i vangeli distinguono chiaramente le due donne e la Chiesa Cattolica ha riconosciuto, nel 1969, il suo errore. Il Concilio Vaticano II, nella revisione del Messale romano rettificò l'immagine della peccatrice ribadendo che il giorno a lei dedicato, il 22 giugno: «Celebra solo colei a cui Cristo apparve dopo la rissurezione e in nessun modo la sorella di santa Marta, né la peccatrice alla quale il Signore perdonò i peccati» (Calendarium Romanum generale, Roma, pp. 97-98 e p. 131). Anche in oriente la tradizione cristiana ortodossa ha sempre mantenuto separate le due donne, affermando che la Maddalena, divenuta una seguace degli apostoli, morì ad Efeso.

E’ infatti solo una leggenda non anteriore al IX secolo, quella che vuole la Maddalena, dopo un lungo e periglioso viaggio, sbarcare in Provenza per dare luogo ad una comunità cristiana. L. Gardner per supportare la sua teoria allude ad un’opera letteraria del XIII secolo, la “Legenda Aurea”, scritta da un monaco domenicano tra il 1255 e il 1266, Jacopo da Varazze che divenne anche vescovo di Genova nel 1292. Questo frate fu un infaticabile evangelizzatore che per efficacemente divulgare il credo cristiano (la maggior parte della gente di allora era analfabeta, n.d.r.) si mise a scrivere vite di santi da presentare ai fedeli come modelli di virtù cristiana. Questi scritti non devono, però, essere considerati dei testi storici, infatti sono pieni di incongruenze cronologiche, storiche e geografiche. Frate Jacopo raccoglie tutte le tradizioni popolari di allora attingendo anche alla letteratura apocrifa, egli non controlla le sue fonti, non verifica i dati, a lui interessa solo dimostrare come tutti possono accedere alla santità. Ogni storia è raccontata con uno stile semplice ed in modo fantasioso per poter catturare l’interesse della gente. Esempi molto famosi sono l’episodio di S. Giorgio che uccide il drago, S. Cristoforo che porta Gesù bambino sulle spalle, S. Girolamo che estrae la spina della zampa del leone, ecc…, immagini letterarie che ebbero un gran successo e che condizionarono tutta la pittura medioevale. A proposito della Maddalena frate Jacopo racconta di angeli che sette volte al giorno scendono in Egitto, dove si era rifugiata, per trasportarla in cielo e, successivamente, del suo arrivo in Provenza dopo un improbabile lunghissimo viaggio. Chiaramente siamo di fronte ad una leggenda che vuole insegnare come la fede in Gesù permette il superamento di ogni avversità e l’affermazione della pace e della giustizia anche in terre lontane.

La “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze, oltre al fatto che non può essere considerata una fonte storica attendibile, comunque non riporta alcuna notizia di comunità ebraiche residenti in Provenza. Secondo L. Gardner la comunità ebraica che accolse i supposti discendenti di Gesù e Maria Maddalena costituì un regno ebraico vero e proprio chiamato “Settimania”. Niente di più falso, questo territorio era una regione della Gallia antica chiamata così perché vi era di stanza la Legione VII dell’esercito romano d’occupazione (Legio septima). Più tardi prenderà il nome di Gallia Narbonese. Dopo la fine dell’impero romano la regione cadde in mano ai Visigoti che la tennero fino alla conquista araba (719 d.C.). Successivamente fu riconquistata da Pipino il Breve e da Carlo Magno che l’annessero al loro impero. Nessuna notizia di fantomatici regni “ebraici”. Nella “Legenda Aurea” non è neppure riportato che Maria Maddalena fosse incinta, né che avesse avuto in Gallia una figlia di nome Sarah e tanto meno che fosse stata accompagnata da Giuseppe d’Arimatea. Quest’utimo, infatti, appartiene ad un altro ciclo di leggende che lo vorrebbe arrivato in Inghilterra dove vi avrebbe nascosto il santo Graal, questa volta una coppa vera e propria e non la Maddalena. Appare chiaro che questi cialtroni di D. Brown e compagnia, non sapendo distinguere tra documenti storici e leggende, facendo un enorme guazzabuglio, confezionano una storia totalmente immaginaria.

Veniamo ora alla storia della dinastia Merovingia. Secondo D. Brown (che in realtà ha copiato tutto da “Holy blood, Holy Graal” di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln, n.d.r.) la discendenza di Gesù si sarebbe fusa con quella dei Merovingi attraverso il matrimonio del re Dagoberto II con una certa Giselle de Razès, mentre per L. Gardner tale fusione si ebbe con le nozze tra il re Faramondo ed Argotta. Successivamente la Chiesa di Roma uccise tutti perché aveva paura di una affermazione della dinastia di Gesù.

A questo punto mi chiedo: come è possibile che una tale cretinata non possa, da sola, aver dimostrato ai lettori, anche quelli più sprovveduti, il livello da barzelletta che caratterizza questi testi?

Siamo di fronte ad una dimostrazione di ignoranza senza precedenti, non c’è una sola affermazione che sia corretta dal punto di vista storico. Innanzitutto i vari Giselle de Razés, Faramondo ed Argotta non sono personaggi storici. Non esistono documenti che dimostrino la loro esistenza, si tratta di leggende. Nel caso di Faramondo, ad esempio, ritenuto da L. Gardner il patriarca della monarchia francese e discendente di Gesù (sic!), siamo di fronte ad una vera e propria figura mitologica creata dalla fantasia di Gregorio da Tours nella sua storia dei Franchi per individuare un ipotetico progenitore del popolo germano. Gregorio fu vescovo di Tours nel 573, scrisse una “Historia Francorum” in cui descrisse l’avvento del regno Franco come un segno della Provvidenza divina. Si tratta di un’opera che mescola dati storici e fantastici, specie nella prima parte in cui è descritta la storia universale da Adamo all’arrivo dei Franchi in Gallia. Esiste, inoltre, un’altra leggenda che farebbe discendere Meroveo, un discendente di Faramondo, nientemeno che da Anchise, il padre di Enea. E’ questo, purtroppo, il livello di attendibilità delle “fonti storiche” di Gardner e soci. 

Non è affatto vero, inoltre, che la Chiesa di Roma fosse nemica dei Merovingi, in realtà è vero il contrario. Nel 493 d.C. il re merovingio Clodoveo, fondatore dello stato franco, dopo il suo matrimonio con la principessa cristiana burgunda Clotilde, fece convertire tutti i Franchi al Cristianesimo e stabilì una forte alleanza con il papato. Questo fatto fu decisivo per la rapida integrazione dell’elemento franco con la popolazione romano-gallica cristiana che risiedeva in Gallia a discapito degli altri popoli invasori come i Visigoti, i Vandali e i Burgundi che, invece, erano di religione ariana. L’aiuto che il clero locale fornì nell’amministrazione regia concorse a formare un regno stabile e di successo. Nel 507, addirittura, Clodoveo, per rispondere alle richieste di aiuto dei vescovi cattolici contro l’oppressione ariana del regno visigoto di Alarico II, lo affronta in battaglia e lo sconfigge duramente a Vouillè nel Poitou aprendo così la Gallia meridionale alla penetrazione franco-burgunda. Per gli aiuti prestati ai cristiani cattolici, nel 511, il concilio di Orlèans proclamò Clodoveo protettore della Chiesa.

Anche la versione dell’omicidio di Dagoberto II è del tutto travisata. Non esiste niente che lasci supporre un coinvolgimento del papato, né tantomeno l’esistenza di un suo complotto. Giova ricordare, infatti, che questo re Merovingio è venerato come santo e martire dalla Chiesa cattolica (festeggiato il 23 dicembre). In realtà le uniche notizie certe che si hanno lasciano pensare a tutt’altro. Vilfrido di York, che aiutò Dagoberto a riprendersi il trono d’Austrasia, era un protetto del papa di allora, Agatone. Questi, infatti, nel 679 d.C. lo rimise sul suo legittimo seggio essendo stato ingiustamente deposto da Teodoro di Canterbury. Appare, quindi, molto più probabile che papa Agatone, approvando pienamente l’operato di Vilfrido, non abbia avuto parte con l’uccisone di Dagoberto. Tra l’altro l’immagine di perfido complottista e sanguinario che viene riservata ad Agatone stride fortemente con le notizie storiche che abbiamo su di lui. Papa Agatone, infatti, è venerato come santo dalla Chiesa Cattolica, si distinse per profondità di dottrina e spirito caritativo verso i poveri e, dopo aver servito la Chiesa, si ritirò a vita monastica a Palermo. L’uccisione di Dagoberto II è, molto probabilmente, da attribuire ad una congiura guidata da Ebroino, maggiordomo di palazzo della Neustria e della Burgundia, che voleva riunire tutti i regni Franchi sotto il suo protetto Teodorico III (Ex vita S. Wulfridi episcopi eboracensis , pag 605)

Infine, non è vero che la dinastia merovingia si estinse con la morte di Dagoberto II, tantomeno che l’amministrazione passò immediatamente ai Carolingi. A Dagoberto, infatti, successero altri re merovingi che passarono alla storia come i “re fannulloni”, in quanto non partecipavano attivamente alla vita politica del paese delegando le questioni di governo ai maggiordomi di palazzo che professarono sempre rispetto e obbedienza al loro re. Fu solo nel 743, durante il regno del merovingio Childerico III, che Pipino II, detto il Breve, riuscì a convincere i Franchi a mandare al pontefice un’ambasceria per consultarlo su chi era più meritevole di reggere le sorti del regno.

Il papa di allora, Zaccaria, oppresso dall’aggressività dei Longobardi di Astolfo auspicò l’affermarsi di una monarchia forte e potente che potesse costituire un valido aiuto per la Chiesa. Childerico fu così deposto e Pipino divenne re, senza, però, essere ancora riconosciuto come tale dal papato. Il successore di Zaccaria, Stefano II, infatti, nel 753, tentò inutilmente di trovare un accordo con l’imperatore d’Oriente. Così di fronte al reiterarsi del pericolo longobardo, che ormai minacciava la stessa Roma, il papa strinse un’alleanza con i Franchi e acconsentì di incoronare Pipino. La cerimonia si svolse nell’abbazia di Saint-Denis il 28 luglio del 754.
Quindi non ci fu nessun complotto del papa, tantomeno una eredità messianica da distruggere, c’è solo una abissale ignoranza di D. Brown e soci.

Vorrei anche segnalare l’ennesima bestialità che D. Brown fa dire al sempre più maltrattato Teabing. Secondo l’anziano “scienziato”, come tutti gli studenti francesi sanno, la città di Parigi è stata fondata dai Merovingi. Non credo proprio che i testi storici in dotazione nelle scuole francesi siano così scadenti. In realtà i Merovingi compaiono nella storia di Parigi solo dopo il 451 d.C., scampato il pericolo unno. La città esisteva da moltissimo tempo prima e si originò da un insediamento romano posto proprio dove vi era la presenza di due isolotti sulla Senna che ne facilitavano l’attraversamento. E’ Cesare, nel De Bello Gallico, che c’informa della presenza in quella zona, attorno al 53 a.C., di tribù celtiche chiamate Parisii . La zona era paludosa, quindi la città fondata dai romani assunse il nome di Lutetia Parisiorum che significa “la palude dei Parisii”.

venerdì 7 aprile 2017

La teocrazia bizantina



Tra le principali accuse che la critica storica laicista rivolge alla storia della Chiesa occupano un posto importante i riferimenti alla costituzione e sviluppo in età medioevale del potere temporale da parte dei papi e al fatto che tale potere abbia finito per limitare lo sviluppo dell’autorità laica a detrimento della libertà di autodeterminazione dei popoli. Ritengo questa critica abbastanza miope perché non tiene conto del fatto che la società medioevale europea era una realtà confessionale, nel senso che la fede cristiana, e conseguentemente l’autorità morale della Chiesa di Roma, era largamente considerata come il giusto e santo basamento per l’organizzazione civile e giuridica della società. E’ da questa innegabile realtà che è giusto parlare di radici cristiane dell’Europa. 

In quest’ottica il potere temporale della Chiesa s’inserisce come un elemento di terzietà, quindi di neutralità al di sopra delle parti, tra i rapporti dei vari Stati. Il fatto che la Chiesa abbia potuto avere un proprio potere temporale ha di fatto sottratto l’autorità dei papi dal controllo del potere laico dell’imperatore e dei vari principi. Tutto ciò ha, così determinato, seppure nella situazione particolare di una società teocratica, ad una differenziazione tra il potere laico e quello ecclesiastico. 

Ciò non è invece accaduto nella parte orientale del vecchio impero romano dove non si ebbe alcuna soluzione di continuità con il cosiddetto “impero bizantino” che non fu altro che la continuazione dell’impero romano d’Oriente. L’imperatore bizantino si considerò sempre l’unico vero successore degli imperatori romani che, una volta divenuti cristiani, non perdono nulla della loro antica sacralità. A differenza della società medioevale dell’Europa occidentale, la teocrazia bizantina si fonda sull’idea che il potere imperiale è l’immagine terrestre della sacralità di Cristo. Erede dell’universalismo politico romano e dell’universalismo spirituale evangelico, l’impero bizantino crede di potersi identificare con il Regno stesso di Dio. Cosicché la sua capitale, Costantinopoli, è la Nuova Gerusalemme del Nuovo Testamento e l’imperatore il delegato, il luogotenente di Cristo Re. L’imperatore, quindi, è considerato un “eletto da Dio”, “santo” ed è addirittura oggetto di un culto ufficiale le cui forme, che comprendono acclamazione ed incensazioni, ispireranno la liturgia bizantina. 

Tutto ciò non è senza gravi ripercussioni. Innanzitutto non esiste alcuna differenziazione tra ambito laico ed ecclesiale. Le leggi civili e quelle ecclesiali si confondono, al punto di essere perfino collocate nelle stesse raccolte. Il Codice di Giustiniano si apre con una professione di fede, il cristianesimo viene imposto per legge, pagani ed ebrei vengono combattuti e perfino annientati. Il diritto canonico, elaborato congiuntamente da Concili e da editti imperiali, arriva addirittura a consacrare il continuo intervento dell’imperatore nella vita della Chiesa. In queste condizioni l’imperatore, ovviamente, non esita a legiferare su questioni teologiche, il che provoca gravi crisi quando gli interessi dello Stato hanno la meglio su quelli della fede.

Nel VII secolo, ad esempio, scoppiò la crisi monotelita dovuta alla preoccupazione dell’imperatore Eraclio, davanti alla minaccia araba, di mettere d’accordo tutti i cristiani, ortodossi e monoteliti, emanando un editto che proclamava un’unica volontà, quella divina, nel Cristo. Oppure, ancora, la crisi, violenta e lacerante del secolo appena dopo, iconoclasta scatenata da un altro editto imperiale che imponeva la distruzione delle sacre “icone”. 

La teocrazia bizantina, dal momento che identifica l’impero con la cristianità trasforma l’evangelizzazione in un sinonimo di estensione della sovranità bizantina e ciò finisce per condizionare tutti i rapporti di Bisanzio con i popoli vicini: a nord gli slavi sono pagani da convertire con la forza, ma quando lo Zar di Bulgaria, un sovrano cristianizzato, si ribella nell’XI secolo, l’imperatore Basilio II non si fa tanti scrupoli a reprimere nel sangue la ribellione. A sud e ad est arabi e turchi sono gli infedeli per eccellenza e ad ovest l’Occidente latino è già considerato eretico, molto tempo prima dello scisma del 1050.

Questo isolamento porterà ben presto alla rovina dell’impero bizantino, il suo nazionalismo religioso, infatti, gli impedì di far causa comune col l’Occidente latino, cosicché nel 1453 la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi Ottomani lo spazzò via per sempre. La teocrazia bizantina avrebbe dovuto riconoscere di non essere l’unico Stato cristiano della terra e perciò di non essere il Regno di Dio. Non ebbe questa capacità e tale carenza porto alla sua distruzione.

La dottrina politica dell’impero bizantino poggia su una concezione falsata della regalità di Cristo. L’imperatore venne divinizzato e considerato un superuomo, quando invece Cristo si rivela Re nel momento in cui è condannato a morte e crocifisso, una regalità di servizio e sacrificio, non di dominio. Nel vangelo di Giovanni Cristo afferma che il suo Regno non è di questo mondo (Gv 18,36). Nessuno Stato, quindi, può pretendere di incarnare il Regno di Dio, confondendo l’estensione territoriale con la trasmissione della fede ad altri popoli.

La vicenda dell’impero bizantino dimostra storicamente come il potere temporale della Chiesa di Roma sia stata una necessità che ha garantito la trasmissione incorrotta dell’ortodossia della fede apostolica ed impedito le aberrazioni politico-religiose di teocrazie sul modello di quella bizantina. 



Bibliografia

S. Runciman “La civiltà bizantina” Sansoni, Firenze 1960;
C. Dhiel, C. Capizzi “Storia dell’impero bizantino” Pontificio Istituto Orientale, Roma 1977;
A. P. Kazhdan “Bisanzio e la sua civiltà” Roma-Bari, Laterza, 1994;
G. Ravegnani ”La storia di Bisanzio” Roma, Jouvence, 2004.