giovedì 15 marzo 2018

I miti sulle Crociate: l’Islam pacifico aggredito dai cristiani.

A proposito delle Crociate sono nati tantissimi miti, tra questi molto diffuso è quello che dipinge il mondo musulmano come una grande civiltà barbaramente aggredita dai crociati assetati di dominio e ricchezze. La convinzione ancora molto diffusa è quella di un’Islam pacifico e che le ostilità siano state scatenate dai cristiani. 


L’islamista statunitense John L. Esposito, ad esempio, ritenuto uno dei massimi esperti mondiali di storia delle religioni e dell’Islam in particolare, riesce a fare tali sconcertanti affermazioni: “Trascorsero cinque secoli di coesistenza pacifica prima che gli eventi politici e un gioco di potere tra l’Impero e il Papa portassero alle cosiddette guerre sante, durate secoli, che contrapposero il cristianesimo all’Islam e si lasciarono alle spalle un duraturo retaggio di fraintendimenti e diffidenza” (John Esposito “Islam: The Straight Path” Oxford University Press, Oxford 1998). 

Cinque secoli di coesistenza pacifica? L’Islam fu una civiltà pacifica e tollerante aggredita dai cristiani? Quello che incredibilmente viene sempre sottaciuto è il fatto che il primo contatto che l’Islam ebbe con i cristiani non fu affatto in occasione della prima crociata del 1099, ma molto tempo prima, almeno quattro secoli e mezzo. 
Nel VII secolo l’Islam fuse in un’unica comunità tutte le tribù arabe sparse per la penisola arabica arrivando a formare un’entità compatta dal punto di vista religioso e dalla caratteristica guerriera. In quell'epoca l’Arabia era circondata da paesi in cui l’elemento dominante era cristiano, come l’impero Bizantino e i territori cristiani del nord Africa. Una volta sottomesse con la forza le vicine tribù pagane, i musulmani, spinti dalle parole del profeta che inneggiavano allo Jihād, la prima guerra santa (con buona pace delle corbellerie di John L. Esposito), guidati dal capo guerriero coreiscita Khālid b. al-Walīd, attaccarono l’Impero Bizantino ottenendo, nel 636, una schiacciante vittoria nella campagna militare lungo il fiume Yarmuk che fece cadere in mano musulmana la Siria e la Palestina. Nel 638 venne espugnata la città di Gerusalemme dove si trovano i luoghi più santi della cristianità ed imposta una tassa (la jizya) a tutti gli abitanti ebrei e cristiani. Subito dopo le armate islamiche conquistarono tutta la Mesopotamia bizantina, l’Armenia e l’Egitto (dove distrussero del tutto la famosa biblioteca di Alessandria). Si spinsero lungo tutta la costa africana fino a conquistare la Sicilia e tutta la penisola iberica nel VIII secolo, da dove organizzarono spedizioni volte al saccheggio della Francia meridionale. Già nel 721 il governatore arabo della Spagna musulmana, Al-Samh ibn Malik al-Khawlani, spinse il suo esercito nella marca d’Aquitania per conquistarla ed espugnare la città di Bordeaux nella Francia meridionale, ma fu sconfitto e respinto da un esercito di Franchi. Nel 732 gli arabi, guidati dal generale ʿAbd al-Raḥmān, tornarono all’attacco con forze ben maggiori. Un esercito di Franchi tentò di difendere Bordeaux, ma fu sconfitto e la città saccheggiata, un altro piccolo esercito cristiano guidato da Oddone di Aquitania fu poi massacrato lungo il fiume Garonna. Dove passavano i musulmani devastazione e saccheggio: un contemporaneo, Isidorus Pacensis, nel suo resoconto “Continuatio hispana”, racconta che il comandante delle forze arabe “prese ad incendiare le chiese, immaginando di poter depredare la basilica di San Martino a Tours” (Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010, pag. 59). 

Nel giro di quasi un secolo l’Islam, senza che venisse minimamente provocato, mise sotto assedio l’intera Europa cristiana, dovunque ci furono eccidi e violenze, gli eserciti islamici si impadronirono di ricchi bottini e migliaia di schiavi. I “tolleranti” musulmani imposero da subito la loro religione, le cronache di allora riportano l’esortazione del Califfo ibn al-Khattab-Alì, successore di Maometto: “Chiamate gli uomini a Dio: chi risponderà alla vostra chiamata, accettatelo. Ma chi si rifiuterà dovrà pagare la tassa sulla persona in segno di subordinazione e inferiorità. E su coloro che opporranno un ulteriore rifiuto scenderà impietosamente la spada. Temete Dio e assolvete la missione che vi è stata affidata” (“The History of Al-Tabari” vol. XII, State University of New York Press, 1992, pag. 167). 

Attraverso violenze di ogni tipo le armate musulmane spazzarono via le precedenti amministrazioni per imporre le proprie e per costringere le popolazioni assoggettate ad abbracciare l’Islam. In Palestina, la Terrasanta tanto importante per la spiritualità cristiana, i pellegrini e gli abitanti cristiani si trovarono ad affrontare una spirale di persecuzioni sempre più violente. Le cronache riportano un’infinità di nefandezze commesse dai conquistatori che culminarono nel 1004 con le violenze perpetrate dal feroce califfo fatimita 'Abu 'Ali al-Mansur al-Haklm che ordinò la distruzione delle chiese, diede alle fiamme le croci e si impossessò di tutti i dei beni ecclesiastici. E lo stesso fece con gli ebrei. Negli anni successivi furono rase al suolo trentamila chiese e un numero incalcolabile di cristiani si convertì all'Islam solo per avere salva la vita. Nel 1009 al-Haklm arrivò addirittura ad ordinare la distruzione della Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme insieme a quella di molte altre chiese. Venne distrutta la memoria più cara ai cristiani, il luogo più sacro, dove secondo la tradizione, sarebbe situata la tomba di Gesù. (Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” cit. p. 376). 

Poi vennero i Turchi che, abbracciata la fede islamica sunnita, al seguito del capo guerriero Alp Arslan, nel 1063 occuparono le regioni cristiane dell'Armenia e della Georgia, nel 1064 distrussero Ani, l’antica capitale armena, e nel 1066 espugnarono e saccheggiarono Cesarea in Cappadocia. Nel 1068 addentrandosi in pieno territorio bizantino giunsero fino a Neocesarea ed Amorio, arrivando l'anno successivo ad Iconio e a Khonae, occupando così quasi tutta l'Anatolia. Nel 1071 i Turchi, a Manzicerta, affrontarono un’armata bizantina di soccorso con a capo lo stesso imperatore, Romano IV Diogene, distruggendola completamente. Da quel momento i Turchi non ebbero più freni riuscendo a conquistare tutta la Palestina strappando Gerusalemme ai Fatimidi d'Egitto. Nel giro di pochi anni i Turchi controllavano un territorio immenso dall’Egeo alle steppe iraniche. 

L’avanzata araba e poi turca determinò per i bizantini non solo la perdita di buona parte del loro impero, ma si trovarono col nemico alle porte di Costantinopoli, la loro capitale. E’ per questo motivo che i pontefici e la maggior parte dei cristiani erano convinti che la guerra contro i musulmani fosse giustificata. I musulmani avevano proditoriamente occupato con la forza terre che un tempo appartenevano alla cristianità, oltraggiavano i cristiani soggetti al loro dominio riducendo in schiavitù la popolazione, distruggevano ogni luogo ritenuto santo dai cristiani e si abbandonavano al saccheggio esaltati dal puro desiderio di distruzione (Derek W. Lomax “The reconquest of Spain” Longman, Londra 1978, pag. 58-59). 

Uno dei più autorevoli bizantinisti mai esistiti, lo storico George Ostrogorsky (1902-1976), ha definito l’attacco sferrato contro l’impero bizantino come “l’offensiva più minacciosa da parte araba cui il mondo cristiano abbia mai dovuto far fronte. Costantinopoli era l’ultimo argine che si opponeva all’invasione. Il fatto che questo argine abbia retto significò la salvezza non solo dell’impero bizantino, ma di tutta la cultura europea” (George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969, pag. 110). Altri storici affermano chiaramente che: “se [arabi e turchi] avessero conquistato Costantinopoli non nel XV secolo, ma nel VII secolo, oggi tutta l’Europa, e l’America, potrebbe essere musulmana” (Viscont J. J. Norwich “Byzantium: the Early Centuries” Penguin Books, London 1995, p.324). 

Tra il VII e VIII secolo la cristianità si vide aggredita da tutte le parti da un’invasione militare aggressiva e feroce, perfettamente organizzata e volta ad una conquista militare, politica e religiosa. Successivamente nell’XI secolo i Turchi completarono l’opera arrivando fin sotto le mura di Costantinopoli col fermo proposito di cancellare la cristianità dalla faccia della terra. Tutto ciò viene raramente, e comunque brevemente, ricordato nei programmi scolastici e nei manuali storici in uso nelle scuole, mentre si da un’enorme risalto alle Crociate per lo più definite una vergogna cristiana. In realtà furono una reazione troppo a lungo rimandata contro una ingiustificata, se non per sete di potere e ricchezza, vera e propria aggressione. 

Bibliografia

Rodney Stark “Gli eserciti di Dio” Lindau, Torino 2010;
Franco Cardini e Marina Montesano "Storia medievale" Firenze, Le Monnier Università, 2006; 
Jonathan Riley Smith "Storia delle Crociate" A. Mondadori Editore, Milano 1994; 
Moshe Gil “A History of Palestine 634-1099” Cambridge University Press, Cambridge 1992;
George Ostrogorsky “Storia dell’impero bizantino” Einaudi, Torino, 1969;
Franco Cardini "Le Crociate tra il mito e la storia" Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma 1971.

mercoledì 7 marzo 2018

Biglino e lo Spirito di Dio

Nell’articolo intitolato “Biglino e l’astronave di Yahwè” ho già trattato dell’assurda pretesa di Biglino di ignorare vocabolari e dizionari di ebraico biblico per poter essere libero di affibbiare ad ogni termine un suo personale ed immaginario significato in modo da poter supportare le sue strampalate teorie. Così come ha fatto con il termine “kevòd”, che ha arbitrariamente tradotto con “pesante”, mentre vuol dire “gloria”, “onore”, ora traduce in modo ancor più fantasioso un altro termine ebraico della Bibbia, “ruàch”. 

Tutte le bibbie più diffuse e prestigiose traducono tale termine con “vento”, “spirito” e tale traduzione è quella fornita dai migliori dizionari di ebraico biblico, tra cui l’autorevole Brown-Driver-Briggs, ma per Biglino, a cui servono appigli per sostenere la folle tesi della presenza di un’astronave aliena nella Bibbia, questa traduzione è sbagliata. Infatti secondo lo studioso piemontese il termine “ruàch” avrebbe a che fare con “un oggetto pesante, metallico, che vola in cielo”. Quando nel primo libro della Bibbia, la Genesi, al secondo versetto del primo capitolo si legge: “… e lo spirito [ruàch] di Dio aleggiava sulle acque” per Biglino siamo di fronte al primo contatto di una astronave aliena con il pianeta Terra!

Ma come fa Biglino ad affermare una cosa del genere? Egli spiega che il termine ebraico “ruàch” avrebbe origini molto più antiche della lingua ebraica e risalirebbe niente meno che alla lingua sumera nella quale il suono “ru-a” veniva reso con un pittogramma, cioè con un’immagine stilizzata, composto da due disegni: un oggetto posto superiormente, che avrebbe il suono “ru”, e una massa d’acqua sottostante, identificabile col suono “a”, ossia l’immagine di una astronave che plana su una superficie d’acqua. Secondo Biglino sarebbe proprio questa la scena descritta nel passo della Genesi 1, 2 (M. Biglino “Il dio alieno nella Bibbia”, Unoeditori 2011, p. 41). Biglino, inoltre, cerca di supportare la propria tesi riportando nel suo libro “Non c’è creazione nella Bibbia”, a pag. 71, la raffigurazione di una stele ritenuta “accadica” o “sumera” conservata nel museo di Cartagine e datata al 1950 a.C, riportante il pittogramma dell’astronave aliena.

      Stele ritenuta "accadica" o "sumera" da Biglino, 
   mentre trattasi di una stele punica conservata 
in Francia presso la collezione Jean H. Spiro 
Quindi secondo Biglino l’autore/i della Genesi, esprimendosi in lingua ebraica, invece di riferirsi allo “spirito” di Dio, avrebbero fatto in realtà riferimento al passaggio di una astronave aliena attraverso la descrizione di un pittogramma sumero. Ora, se fossimo davanti a libri di fantascienza non potrei fare altro che complimentarmi con Biglino per la sua fervida immaginazione, ma purtroppo queste “teorie” vengono spacciate per grandi scoperte scientifiche e presentate con l’enfasi di chi avrebbe scoperto l’inganno della Chiesa (sic) e rivelato una verità tenuta nascosta. 

La “teoria” di Biglino fa acqua da tutte le parti, innanzitutto non esiste alcun termine ebraico che abbia una qualche derivazione dalla lingua sumera e ciò è ovvio perché a differenza di questa l’ebraico è una lingua semitica. Consultando l’autorevole “Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament”, alla voce “ruàch”, si può notare, infatti, che tale termine ha il suo corrispondente in tutte le principali lingue semitiche, mentre non ne ha nessuno con la lingua sumera. Inoltre il pittogramma in questione non ha affatto il suono “ru–a”, ma “Šagan”, e questo lo affermava già nel 1936 l’archeologo e filologo Adam Falkenstein nella sua pubblicazione “Archaische Texte aus Uruk (ATU 1)”. Da allora fino ad oggi in tutte le traduzioni e successive liste dei segni il pittogramma è sempre stato traslitterato col termine “Šagan” (“The University of Chicago Oriental Institute Publications” Vol. 104 (OIP 104) p. 32). Non esiste, quindi, alcuna corrispondenza tra il termine ebraico “ruàch” e il pittogramma sumero a cui si riferisce Biglino, quindi è del tutto arbitrario e sbagliato tradurre il termine “ruàch” in modo diverso da “vento”, “spirito”. 
Con ogni probabilità Biglino si è basato sui lavori di un altro ricercatore autodidatta, un certo Christian O’Brien, un geologo inglese appassionato di archeologia mesopotamica, che si basò su fonti accademiche molto datate e superate. 

Anche la notizia della stele “accadica” o “sumera” conservata nel museo di Cartagine e datata al 1950 a.C, riportante il pittogramma sumero dell’astronave aliena è l’ennesima bufala di Biglino. Infatti la stele in questione non è né accadica, tanto meno sumera, ma punica e non si trova in nessun museo a Cartagine, ma fa parte della collezione privata Jean H. Spiro conservata in Francia. Si tratta di una stele punica di qualche secolo prima di Cristo raffigurante il simbolo della dea Tanit.  

Altra sciocchezza che afferma Biglino è quella secondo la quale il termine “ruàch” si sarebbe sempre riferito ad un qualcosa di reale, materiale, e non spirituale e che avrebbe acquistato il senso di “spirito” solo dopo il III secolo a.C. con la traduzione greca della LXX. Questa convinzione mostra la profonda ignoranza che Biglino ha della Bibbia, infatti in essa sono presenti tante espressioni in cui è usato il termine “ruàch” per designare gli stati d’animo dell’uomo ed in modo figurativo la forza vitale che fa vivere in particolare gli esseri umani. Sono tutti usi in cui questo temine acquista significati astratti perfettamente riconducibili al senso di “spirito” così come si ritrovano anche nella cultura ellenista. 

Esempi di tali espressioni sono molteplici: 

-in Genesi 41, 38: “E il faraone disse ai suoi servitori: "Potremmo noi trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio (ruàch elohim)?";

-in Esodo 28, 3 abbiamo: “Parlerai a tutti gli uomini sapienti, che io ho riempito di spirito di saggezza (ruàch chokhmà)”;

-in Numeri 27,18: “Il Signore disse a Mosè: «Prenditi Giosuè, figlio di Nun, uomo in cui è lo spirito (ish asher ruàch bo); 

-in Gioele 3:1 “Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo (eshpokh et ruchì ‘al col basar) e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”;

-in Proverbi 20, 27: "Lo spirito (ruàch) dell'uomo è una fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore".

In tutti questi passi, ma se ne potrebbero citare moltissimi altri ancora, il termine “ruàch” ha chiaramente un significato astratto, spirituale, e questo fatto distrugge in modo definitivo la visione assurda di Biglino. 

Ciò che, sorprendentemente, affascina e cattura l’attenzione di tante persone, convincendole di aver trovato la prova definitiva di immaginari complotti e sotterfugi perpetrati dalla Chiesa cattolica, in realtà si basa su incompetenze, su errori fatti passare per verità certe, sul pressapochismo di dilettanti come O’Brien e lo stesso Biglino. Perché tutto questo? Forse c’è del vero in quella frase attribuita a Gilbert K. Chesterton che recita: “Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto”.

Bibliografia


Stanislav Segert “A Basic Grammar of the Ugaritic Language”, University of California Press, Berkeley and Los Angeles, California 1997; 
Jeremy Black, Andrew George, Nicholas Postgate “A Concise Dictionary of Akkadian”, Edizioni Otto Harrassowitz, 1999)”;
Philippe Reymond “Dizionario di ebraico e aramaico biblici” Ed. Società Biblica Britannica, 2011;
Dizionario “Koehler & Baumgartner" Hebrew and Aramaic Lexicon of the Old Testament;
Dizionario “Brown-Driver-Briggs” Hebrew and English Lexicon;
- Si segnala un interessante articolo dal blog "Guardopensoedico" che ben illustra l'inconsistenza delle fonti a cui attinge Biglino.